Letture della domenica

 -Anno 16°  n. 44 – 27 settembre 2020                                        

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

XXVI. DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO. ANNO a. Matteo 21,28-32.

Né rivalità né vanagloria

Oggi la liturgia ci propone la parabola evangelica dei due figli inviati dal padre a lavorare nella sua vigna. Di questi, uno dice subito sì, ma poi non va; l’altro invece sul momento rifiuta, poi però, pentitosi, asseconda il desiderio paterno. Con questa parabola Gesù ribadisce la sua predilezione per i peccatori che si convertono, e ci insegna che ci vuole umiltà per accogliere il dono della salvezza. Anche san Paolo, nel brano della Lettera ai Filippesi che quest’oggi meditiamo, ci esorta all’umiltà. “Non fate nulla per rivalità o vanagloria – egli scrive -, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso” (Fil 2,3). Sono questi gli stessi sentimenti di Cristo, che, spogliatosi della gloria divina per amore nostro, si è fatto uomo e si è abbassato fino a morire crocifisso (cfr Fil 2,5-8). Il verbo utilizzato – ekenôsen – significa letteralmente che Egli “svuotò se stesso” e pone in chiara luce l’umiltà profonda e l’amore infinito di Gesù, il Servo umile per eccellenza.  Diceva papa Giovanni Paolo I: “Mi limito a raccomandare una virtù, tanto cara al Signore: ha detto: imparate da me che sono mite e umile di cuore … Anche se avete fatto delle grandi cose, dite: siamo servi inutili“. E osserva: “Invece la tendenza, in noi tutti, è piuttosto al contrario: mettersi in mostra“. Facciamo tesoro del messaggio delle letture odierne, impegnandoci a coltivare la virtù dell’umiltà, che ci rende capaci di parlare a tutti, specialmente ai piccoli e ai cosiddetti lontani. Invochiamo per questo Maria Santissima, umile Serva del Signore.

Benedetto XVI

Prima Lettura

Se il malvagio si converte dalla sua malvagità, egli fa vivere se stesso.
Dal libro del profeta Ezechièle. Ez 18,25-28
Così dice il Signore: «Voi dite: Non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».
Parola di Dio

Salmo Responsoriale. Dal Sal 24 (25)

R. Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza;
io spero in te tutto il giorno. R.

Ricòrdati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
I peccati della mia giovinezza
e le mie ribellioni, non li ricordare:
ricòrdati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore. R.

Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via. R.

Seconda Lettura

Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési. Fil 2,1-11
Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.
Parola di Dio.

Acclamazione al Vangelo (Gv 10,27)
Alleluia, alleluia.

Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore,
e io le conosco ed esse mi seguono.

Alleluia.

Si rivolse al primo e disse: Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna .

Vangelo
Pentitosi andò. I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.
Dal Vangelo secondo Matteo. Mt 21,28-32
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Non ne ho voglia. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
Parola del Signore


PER APPROFONDIRE

27 settembre 2020

OTTOBRE: LE MESSE DI PRIMA COMUNIONE

Il coronavirus ha creato una pandemia mondiale, tante cose sono cambiate e tante sono destinate ancora a cambiare. Nella nostra Unità Pastorale concordiese sono state sospese e rinviate le Messe della prima Comunione.  Giunti però in ottobre abbiamo preso la decisione di celebrarle anche in questa situazione ancora di incertezza. È stata comunicata ai genitori la decisione di procedere per piccoli gruppi e con celebrazioni proprie i sabati alle ore 17,00 e alle domeniche alle ore 11.00, dunque fuori dalle Messe di orario. Inoltre, per le limitazioni ed evitare i contagi, le celebrazioni saranno molto sobrie, il che non vuol dire tristi anzi in questa maniera risulterà evidente che la festa vera è l’incontro con Gesù che si offre a noi nel Pane dell’Eucaristia. Riducendo poi all’essenzialità le esteriorità, quello che veramente sarà chiaro è che la Comunione è l’incontro con l‘amico Gesù che ci invita alla sua Cena.

Il 10 ottobre sarà dichiaro beato un ragazzo morto di leucemia fulminante si chiamava Carlo Acutis è un ragazzino normale: vivace, con tanti amici e una passione per l’informatica. Ma ha una speciale amicizia con Gesù, l’Amico. Se ne era accorta la mamma fin da quando Carlo, piccolissimo, passando davanti alle chiese le diceva: «Mamma, entriamo a fare un saluto a Gesù, a dire una preghiera». Poi aveva scoperto che leggeva la vita dei santi e la Bibbia. La loro è una famiglia normale, inizialmente la sua frequentazione in chiesa neanche molto assidua. «Ma quel “mostriciattolo” mi faceva tante domande profonde a cui io non sapevo rispondere. Rimanevo perplessa per quella sua devozione. Era così piccolo e così sicuro. Capivo che era una cosa sua, ma che chiamava anche me. Così ho iniziato il mio cammino di riavvicinamento alla fede. L’ho seguito». Il sacerdote che accompagna lei e il figlio, le dice: «Ci sono bambini che il Signore chiama fin da quando sono piccoli».  A sette anni, Carlo chiede di poter ricevere la Prima Comunione. Quell’Amico si fa ancora più prossimo. Fa un’unica raccomandazione: che la celebrazione si svolga in un luogo idoneo al raccoglimento interiore, senza distrazioni. Il 16 giugno 1998 Carlo riceve l’Eucaristia nel silenzio del monastero della Bernaga a Perego. Quella di Carlo è una vita normale. Con un punto fermo, speciale: la messa quotidiana, perché dice «l’Eucaristia è la mia autostrada per il Cielo. Noi siamo più fortunati degli Apostoli che vissero 2000 anni fa con Gesù: per incontrarLo basta che entriamo in chiesa. Gerusalemme l’abbiamo sotto casa». Al termine della celebrazione si ferma per l’adorazione. Si confessa frequentemente perché «come la mongolfiera per salire in alto ha bisogno di scaricare i pesi, così l’anima per levarsi al Cielo ha bisogno di togliere anche quei piccoli pesi che sono i peccati veniali». Sono parole semplici, di un ragazzino. Ma con il desiderio di stare con quell’Amico che gli sta chiedendo tutto. Soprattutto di testimoniarlo con la sua vita. Carlo è un bellissimo esempio di quello che significa vivere la Comunione come l’incontro con Gesù.

Trascrivo il foglietto che dei genitori hanno scritto al loro figlio il giorno della sua prima Comunione: “Ti scriviamo queste poche righe per raccontarti tutta la nostra gioia ed emozione in questo giorno importante per te. Ricordati che la cosa veramente “speciale” non saranno i regali, la festa e il tempo… ma l’incontro con il vero pane di vita: Gesù. Questo dono, ti accompagnerà per sempre e sarà la forza per il cammino della tua vita. Noi ti siamo accanto per trasformare la nostra vita in una festa, in una lode, in una testimonianza del nostro grande Amico comune: Gesù. Mamma e papà.”

Che la freschezza dell’amore di Carlo

per l’Amico Gesù nella Eucaristia

e la gioia di questi genitori ci aiuti tutti,

ma in modo particolare i nostri bambini,

a vivere la bellezza del loro primo incontro con Gesù

nella Santa Comunione

e poi a continuarlo per tutta la loro vita.

                             don Natale

20 settembre 2020INIZIO ANNO PASTORALE

Domenica 13 settembre è iniziato il nuovo anno pastorale che porta il titolo “Da Babele e Pentecoste”. Forse mai come in questi tempi abbiamo preso coscienza di essere tutti sulla stessa barca e di dover dare tutti il nostro contributo per fare fronte alla tempesta che ci ha investiti. Parlando con la gente si sente, oltre all’incertezza per la ripresa, anche la necessità di andare comunque avanti, di abbattere il muro della paura e della insicurezza e provare ad incominciare ben sapendo che non sarà più come prima. Senza poi voler esaltare questo tempo, che è tempo di prova e dunque anche di fatica e di sofferenza, dovremmo provare a vederlo anche come tempo che ci permette, di riflettere su come fino adesso abbiamo vissuto sia come cittadini che come cristiani. Dobbiamo così anche noi prendere atto, come a Babele, che volevamo costruire una società dove Dio è sempre più relegato nel privato e non parte attiva e fonte che orienta le relazioni e il vivere quotidiano. L’altro è allora potenzialmente un concorrente e non invece un altro come me amato da Dio e mio fratello. Così abbiamo lasciato che  operassero in noi, come ci ha ricordato  Papa Francesco  nell’omelia della Pentecoste, tre terribili virus  che hanno fatto ammalare la nostra vita sociale e di comunità e sono: il narcisismo- egoismo (che fa rivolgere il nostro interesse solo a noi stessi e tuttalpiù ai nostri congiunti) il vittimismo (che ci fa credere che il male e la colpa di esso siano gli altri; siano essi i nostri nazionali o coloro che vengono da altre nazioni in cerca di una dignità per la loro vita) e il pessimismo (che  ci giustifica dal non fare niente tanto niente cambierà, allora io sto fermo e aspetto che passi). Negli Atti degli Apostoli, che ci narrano la Pentecoste, con la discesa dello Spirito Santo, mi colpiscono due espressioni. La prima all’inizio la dove si dice “Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste “e l’altra: “Venne all’improvviso (lo Spirito)”.  La prima frase mi dice che l’azione del cristiano è innanzitutto quella di mettersi in un atteggiamento di attesa orante cioè di preghiera (perchè la preghiera non è un’inutile perdita di tempo ma ci predispone ad accogliere lo Spirito che può arrivare anche alla fine della giornata). Possiamo infatti tutti constatare che il coronavirus ha spento talora in noi il gusto dell’attesa operosa e siamo diventati tutti un po’ più stanchi e sfiduciati sino a diventare oziosi e inerti siamo come quegli operai del racconto evangelico che ricevono il rimprovero del padrone della vigna: “Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi a lavorare nella mia vigna” Questo è l’invito pressante che il Signore rivolge anche a noi all’inizio di questo nuovo anno pastorale. Non aspettiamo però di essere chiamati e nel frattempo restare oziosi, ma offriamo noi per primi la nostra disponibilità con generosità e con gioia. Tutti laici e preti, religiosi.La seconda espressione è:  “Venne all’improvviso”. Lo Spirito arriva all’improvviso con la sua forza e con l’originalità che non è mai ripetitiva, lo Spirito è giovane e rinnova sempre la faccia della terra. Lo Spirito spalanca le porte delle nostre chiese (è un bel segno che a causa del virus per areare le porte delle nostre chiese rimangono aperte; ecco la bella visione della chiesa con le porte aperte sul mondo). Il Vescovo ci ricordava di vivere la nostra testimonianza cristiana sulla strada tra l’altare e la vita operativa della gente indicando concretamente tre priorità:

Guardiamo alle persone e agli incontri con loro. Prima di preoccuparci del “cosa fare” guardiamo bene il volto, la vita la storia delle persone. Senza questa conoscenza sono inutili i programmi. Dedicare del tempo a verificare questa stagione di prova del Covid 19 che viviamo per ricavare da essa quella novità che è opera dello Spirito Santo. Infine, poichè ci è chiesto di vivere nel mondo senza essere del mondo, siamo chiamati a farci carico nella solidarietà della condivisione verso le nuove povertà e i bisogni che avanzano. Quei poveri nei quali è presente Gesù e con loro avremo sempre Gesù in mezzo a noi.

Ripartiamo dunque e come diceva un canto di un tempo: “Lui, il Signore, è davanti a noi e ci sta aspettando per far strada con noi e per ancora lui il Signore risorto incoraggiarci e, camminando con noi, spiegandoci le scritture mettere dentro il fuoco del servizio e dell’amore nel nostro cuore.                                                            

BUON ANNO PASTORALE 2020-2021!                               

don Natale

13 settembre 2020

FINALMENTE SI RICOMINCIA…

“Finalmente”, detto forse un po’ sottovoce da parte dei ragazzi, ma certamente con grande convinzione da parte dei genitori e adulti: “finalmente ricomincia la scuola dopo una lunghissima vacanza”. Riflettendo non si può che rallegrarci di questo inizio, sia pure con qualche trepidazione e incertezza, infatti la scuola è importante per l’educazione non solo culturale ma anche e soprattutto umana per la formazione di un carattere, per l’acquisizione di quelle capacita che ci abilitano a relazioni positive con le persone: insomma la scuola ci aiuta a divenire bravi uomini e donne e bravi cittadini del mondo.

Ricordiamo quello che è stato per ciascuno di noi il primo giorno di scuola, con quanta apprensione e titubanza abbiamo messo piede nelle aule scolastiche, per me erano le “scue vecie”, la conoscenza con il maestro, il mio maestro di cognome faceva Lasicic e veniva ogni giorno da Gorizia. Ricordo le ampie aule e la stufa color mattone che cercava di scaldare ma non ci riusciva se non debolmente. Ricordo che eravamo divisi in classe maschili e femminili e che il momento più bello era quello della ricreazione sotto gli alberi di abete a giocare con quello che era una specie di pallone, ma ci bastava per scatenarci. Ricordo che il maestro sapeva suonare la fisarmonica e ogni tanto ci faceva cantare le canzoni dei nostri soldati durante la guerra, ma noi cantavamo senza capire quello che era il dramma, la nostalgia e la tristezza che esse contenevano, ricordo…

Oggi voglio rivolgere, anche da questo foglio, l’augurio di un buon inizio dell’anno scolastico agli studenti e agli alunni, invitandoli ad attenersi con responsabilità alle regole che verranno loro richieste per il bene loro e di tutti. Dire un grande grazie agli insegnanti e a tutto il personale della scuola di ogni ordine e grado. E un incoraggiamento ai genitori perché sostengano soprattutto con la costanza della loro presenza e del loro interessamento questo fondamentale servizio per i loro figli.

Rivolgo poi un invito a tutti: VENERDÌ 18 SETTEMBRE la chiesa festeggia san Giuseppe da Copertino patrono degli studenti CELEBREREMO UNA SANTA MESSA ALLE ORE 18,30 IN CATTEDRALE dove pregheremo e chiederemo la benedizione del Signore per il nuovo anno scolastico.

Vorrei ora che si potesse dire, a breve, “Finalmente riprende anche il catechismo” e la celebrazione di quei sacramenti che erano stati previsti, come la prima Comunione e la Cresima, e che il virus Covid-19 ci aveva impedito di celebrare alle date concordate. Nel fissare le nuove date sappiamo di non poter soddisfare le esigenze di tutti, ma come abbiamo ormai ripetuto come un ritornello dobbiamo ricordare che non sarà più come prima.

Avremmo modi di incontrare i genitori per predisporre l’inizio del percorso di catechismo che dovremmo chiamare meglio “percorso di evangelizzazione” per indicare che tutti abbiamo bisogno di metterci in cammino dietro il Signore Gesù seguendo il suo Vangelo e cercare di tradurlo nella vita di ogni giorno con atti di amore e di servizio verso il prossimo.

Ringrazio i genitori ai quali compete in primo la responsabilità e, spero anche, la gioia dell’annuncio cristiano ai loro figli, avremmo modo di concordare con loro un percorso in famiglia perché i figli possano acquisire lì buone abitudini di vita cristiana.

Ringrazio di cuore i catechisti perché mettono a disposizione nel loro servizio non solo competenza e preparazione ma anche generosità ed entusiasmo nel trasmettere la bella notizia del Vangelo. Dobbiamo essere certi che anche in questi tempi il Signore accompagna noi, suo popolo, perché lo sentiamo vicino come nostro Padre e Pastore.

Adesso si tratta di avere il coraggio di prendere l’iniziativa e di metterci tutti in cammino senza lasciarci schiacciare dalle situazioni che si sono create, ma affrontarle con fiducia e serenità. Siamo chiamati ad essere una chiesa dalle porte aperte, capace di prendere iniziative, di lasciarci coinvolgere e di accompagnare il nostro cammino affidandoci nella preghiera al Signore.

Nel suo Nome ripartiamo insieme.

don Natale

6 settembre 2020

“SETTEMBRE, ANDIAMO. È TEMPO DI MIGRARE”.

Comincia con queste parole la poesia “I pastori” di Gabriele D’Annunzio. Anche per le nostre parrocchie dell’Unità Pastorale concordiese è tempo di migrare cercando di riprendere una “normalità” che sappiano non sarà più come prima, ma comunque ha da incominciare, è sarà proprio un po’ come una migrazione. Vediamone i punti.

  1. PREPARATIVI PER LA PARTENZA. La prima cosa da fare è incontrarci per mettere insieme i preparativi per la partenza. In queste settimane incontreremo le famiglie, i consigli, le associazioni, i vari operatori pastorali per mettere a punto un piano che orienti il cammino di quest’anno. È ovvio che non si potrà prescindere dalle indicazioni che ci permettono di iniziare con una certa tranquillità nel rispetto di quelle che sono le tre regole fondamentali: indossare le mascherine sempre in ambienti chiusi, distanziamento di almeno un metro, igienizzazione- lavaggio delle mani.
  2. ICONE DEL CAMMINO. Nella riflessione che la Chiesa e in primo Papa Francesco ha fatto della sofferta stagione del Covid 19 sono emerse dell’icone bibliche significative da tenere presenti: Icona della Pasqua. Lapandemiahamessoallaproval’annunciodellasperanza cristiana, la “beata speranza” di cui parla la liturgia. Ha svelato anche i limiti di una predicazione troppo astratta. La speranza cristiana si fonda sull’esperienza che la comunità credente fa del Risorto. Ancora otto giorni dopo la risurrezione di Gesù, infatti, i discepoli si ritrovano nel Cenacolo, in una casa, a porte chiuse, il Risorto li raggiunge e viene a spingerli fuori perchè vadino ad annunziare la bella notizia del Vangelo a tutti. Una lettura pasquale della esperienza della pandemia non può prospettare il semplice ritorno alla situazione di prima, augurandosi di riprendere l’aratro da dove si era stati costretti a lasciarlo. Ma è una ripartenza come comunità ecclesiale sui passi dell’uomo del nostro tempo, animati da tenerezza e comprensione, dalla presenza del Risorto che non delude.

Icona da Babele a Pentecoste. “Costruiamoci una città e una torre la cui cima tocchi il cielo”: con la costruzione della torre di Babele gli uomini si considerano il centro dell’universo. Il racconto della Torre di Babele esprime l’orgoglio di una umanità che pretende di auto-innalzarsi e auto- divinizzarsi giungendo a sostituirsi a Dio. Il giorno di Pentecoste invece esprime l’esperienza che ha fatto un gruppodi poco più di un centinaio dipersone sperimentando unlinguaggio nuovo, che permetteva loro di capirsi mantenendo la loro diversità. È una esperienza forte, miracolosa di Dio che pone fineal disastro di Babele e permette all’umanità di abitare in pace la terra. Il dono dello Spirito Santo, spesso dimenticato, è capace di trasformare le persone che, pur avendo incontrato Gesù, non sanno uscire per andare nella quotidianità della vita ad annunciarlo e a testimoniarlo vivo e presente.

  • METTERSI IN CAMMINO. San Paolo ci suggerisce come attrezzarci per il cammino: “La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce”. Affidiamoci con fede nella preghiera al Signore che ci ha assicurato che non ci abbandonerà mai. Teniamo accesa la luce della Parola di Dio che è “Lampada per nostri passi e luce sul nostro cammino” Confidiamo nella misericordia del Signore che ci rialza, ogni volta che cadiamo, con il suo perdono. Camminiamo insieme come comunità aiutandoci e rispettandoci e volendoci bene gli uni gli altri. Facciamo un grande respiro e mettiamoci nello stato d’animo di chi conosce le difficoltà di una ripresa ma non si spaventa e ci mette tutta la buona volontà per ripartire sapendo che il Signore è davanti a noi e ci sta aspettando per riprendere con noi il cammino di questo nuovo anno. Allora ci auguriamo alla maniera degli scout:

“Buona strada nel nome del Signore, della Vergine Maria e dei nostri Santi Martiri”.

don Natale

23 agosto 2020

THOMAS ED ERIK, DON ENRICO: GIOVANI IN SERVIZIO

Domenica 6 settembre nel parco del Seminario Vescovile a Pordenone alle ore 18,00 il nostro Vescovo Giuseppe ordinerà diaconi sei giovani. Tra essi, e lo dico con un certo orgoglio, ci sono due giovani di Concordia: sono i gemelli Thomas e Erik Salvador. In questi tempi particolari uno dei temi che ritornano con frequenza nelle discussioni e nelle prospettive per il domani sono i giovani, il loro presente e il loro futuro. Giustamente essi sono la “preoccupazione” di tutti perché sono la speranza dell’oggi e del domani della nostra società. L’interesse è correttamente volto a chiedere ciò che deve fare una società per creare spazio e prospettiva alle attese dei giovani. Ma se l’attenzione verte soprattutto su quello che è l’impegno lavorativo e quindi il lato economico non mi pare ci sia altrettanto sforzo per quanto riguarda la formazione sui valori e significati da acquisire per una formazione umana responsabile che dia contenuto sostanzioso alla vita dei giovani. La bella immagine di sei giovani che liberamente, gratuitamente e gioiosamente, dopo un lungo periodo di discernimento, decidono di mettere la loro vita a servizio degli altri senza riserve è esperienza che va sottolineata e mostrata come proposta positiva e qualificante la formazione dei giovani. In questo tempo estivo si è stigmatizzato il comportamento di giovani che hanno assunto nei confronti del Covid 19 un atteggiamento superficiale per non dire menefreghista. I risultati negativi si vedono e a farne le spese saranno i più deboli e i più esposti alle conseguenze terribili del contagio. Il riferimento e le responsabilità nei confronti degli altri è la prima e fondamentale regola che qualifica un comportamento maturo e che fa crescere con piena coscienza un giovane perché possa prendere con consapevolezza il suo posto nella società.

A settembre don Enrico si prepara ad assumere il suo servizio come parroco in Bibione. È un altro esempio di gioventù messa a disposizione degli altri: in questo don Erico continua quello che ha dimostrato in questi 5 anni in cui è stato qui a Concordia nella nostra Unità Pastorale. La sua costante attenzione verso il mondo dei ragazzi, verso i quali con entusiasmo e generosità, ma anche con competenza e idee chiare ha cercato di offrire una proposta formativa, per renderli consapevoli del loro impegno a entrare da protagonisti positivi nel mondo. In questo cammino e proposta educativa è sempre stato presente Colui che è guida e fondamento: il Signore Gesù crocifisso risorto vivo presente in mezzo a noi.  Secondo la felice introduzione della esortazione apostolica Christus vivit di papa Francesco: “Cristo vive. Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che Lui tocca diventa giovane, diventa nuovo, si riempie di vita. Perciò, le prime parole che voglio rivolgere a ciascun giovane cristiano sono: Lui vive e ti vuole vivo!”.

Mi viene dunque con tutta sincerità di dire allora un grazie grande al Signore che suscita nella nostra storia giovani che offrono la loro vita nel servizio generoso agli altri.                                                                                   Un grazie riconoscente a don Enrico per quanto ha donato di tempo, entusiasmo, competenza e spiritualità tra di noi, e per la pronta risposta ad un servizio nella comunità di Bibione. Un grazie e un incoraggiamento a Thomas e a Erik e agli altri quattro futuri diaconi per il cammino intrapreso in risposta all’invito del Signore. E accompagnare tutti con una preghiera fiduciosa e confidente al Signore per affidarli alla intercessione di Maria Santissima nostra Madre e ai nostri Santi Martiri di Concordia.

Don Natale

23 agosto 2020 CAMMINO PASTORALE anno 2020-2021

1. Iniziamo questo nuovo anno pastorale 2020-2021 immersi in una crisi vissuta in maniera faticosa e a volte drammatica, dove tutti ci siamo trovati impreparati e smarriti. A dire il vero, in questi primi vent’anni del terzo millennio, è la terza crisi, il terzo shock globale che colpisce le società e le economie globalizzate. Abbiamo avuto l’11 settembre che ha innestato la dinamica del terrorismo, non ancora sconfitto; abbiamo avuto il 2008 con la crisi finanziaria e gli effetti che conosciamo bene; oggi abbiamo la crisi del Covid-19 e vedremo dove ci porterà. Abbiamo costruito società molto potenti e profondamente interconnesse, ma anche molto vulnerabili.

2. Avvolti dalla paura ci portiamo dentro una serie di domande e interrogativi sul futuro e sul significato profondo della vita, della società e anche della Chiesa, che non hanno ancora trovato soddisfacenti risposte. Bruscamente e senza nessun preavviso, in pochissimo tempo, tutto è cambiato. All’inizio, si percepiva che qualcosa di grave avrebbe potuto abbattersi anche in Europa e in Italia. Ma c’erano anche tante voci che ci tranquillizzavano dicendo che è un’influenza un po’ più forte delle altre, e che se mai, toccherà di più i paesi del ‘Terzo Mondo’, non noi! Il virus, invece, ci ha raggiunti e ci ha colpiti entrando non solo nei nostri corpi, ma di più nelle nostre menti e nei nostri cuori. Ci siamo trovati a combattere contro un male invisibile ma micidiale, che ci ha raggiunti.

3. Una parte significativa del cammino pastorale del prossimo anno, è bene che sia dedicata e riservata a far emergere dal profondo di noi stessi le vere domande e i grandi interrogativi che ci portiamo dentro e che l’esperienza della pandemia hanno fatto emergere con più forza. Desidero che il periodo trascorso non sia considerato come una parentesi, da lasciare quanto prima dietro le spalle, ma invece sia interpretato e vissuto come un’occasione propizia per riprendere il cammino, per essere uomini e donne ‘nuovi’, rinnovati e rinfrancati, per accogliere con più generosità e disponibilità i doni di Dio, così da poterli ridonare con entusiasmo e con passione agli altri. Per noi cristiani, lo sguardo su ogni avvenimento che capita passa attraverso la lente del mistero pasquale, che culmina nell’annuncio che Cristo “è risorto il terzo giorno” (1Corinzi 15,4). Una lettura biblico spirituale dell’esperienza della pandemia, che ci aiuta a ritornare al centro della nostra fede: il mistero pasquale di Gesù, morto, sepolto e risorto per noi.

4. Non intendo proporre un esame di coscienza o una introspezione per cercare ciò che abbiamo o non abbiamo fatto, ma desidero sia un’occasione di apertura e di dialogo tra di noi, per rilanciare l’agire pastorale e per rivitalizzare il nostro essere comunità sociale ed ecclesiale. Auguro che le comunità parrocchiali, i diversi gruppi e gli operatori pastorali, possano sperimentare e vivere momenti belli e significativi di incontro e di condivisione del vissuto.

5. Nell’omelia della Messa di Pentecoste di quest’anno, papa Francesco ci ha ricordato che “peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi”.  È il rischio che possiamo correre anche noi. Valorizziamo quest’anno per uscire un po’ di più da noi stessi.  Le domande possono costituire la molla per uscire da sé, per cercare la verità su di noi, sulle attività e proposte pastorali fatte e per andare lealmente verso gli altri. Negli incontri che faremo, sia a livello parrocchiale e di unità pastorale che nelle attività di gruppo, diamoci il tempo necessario per far risuonare alcuni interrogativi che ci portiamo dentro e, con fiducia e responsabilità, confrontiamoci per individuare nuove opportunità di crescita umana e spirituale e per ritrovare la gioia e il coraggio dell’annuncio del Vangelo.        Vescovo Giuseppe

Ho trascritto dalla introduzione della lettera del Vescovo Giuseppe per questo nuovo anno 2020-2021 alcuni punti che orientano e chiedono alle nostre comunità un lavoro di verifica, di discernimento per una ripartenza positiva e “nuova” del nostro essere comunità cristiana in questo mondo che non è più come prima. Invoco la Beata Vergine Maria, Santo Stefano, San Pio X, San Giuseppe, San Leopoldo, San Giusto e i nostri Santi Martiri che ci siano vicini e ci guidino con forza e gioia verso il nuovo che ci attende e che è visitato da Dio e da lui amato.                   

don Natale

16 agosto 2020 -FESTA DEI RAGAZZI – NON SARÀ COME PRIMA
Dal 22 al 30 agosto ci sarà la “Festa dei Ragazzi” 2020. Già dalla data si capisce che non sarà come prima. Tutti noi ricordiamo però che da febbraio, se non da prima, di questo 2020 è arrivano un minuscolo virus che ha cambiato la vita non solo dell’Italia, ma quella di tutto il mondo. Le
conseguenze di questa presenza subdola e, per tanti versi misteriosa, incombono ancora su tutti, tanto che guardiamo con apprensione e incertezza il futuro. In questa situazione c’era da decidere se
non fare per niente la “Festa dei Ragazzi”, e questa poteva essere la soluzione più semplice e anche quella che ci liberava da ogni grana; oppure decidere, come si è fatto, di tentare di farla tenendo presente e cercando di rispettare le limitazioni e le regole che ci vengono proposte, sapendo bene
che comunque non sarebbe stata come prima. Si era presentata la stessa situazione per quando ha riguardato il GREST per il quale è stata fatta la scelta dei “centri estivi” e alla verifica possiamo dire che è stata una scelta vincente, pur non essendo stata come prima. Invece per i “campi a Casa
Ropa” le limitazioni erano tali che avendo numeri molto alti di partecipanti non era proponibile realizzarli se non tagliano fuori più della metà dei partecipanti.
I motivi invece che ci hanno fatto optare per una proposta, certo ridotta e diversa, della “Festa dei Ragazzi” vanno ricercate nei valori e nelle motivazioni originali che hanno ispirato 54 anni fa’ la “Festa dei Ragazzi”.
1.Cominciamo dal titolo. “Festa dei Ragazzi” dice espressamente due cose: primo che è una FESTA non una battaglia a suon di proteste e di ricorsi aggressivi, ma una competizione agonistica i cui protagonisti sono i ragazzi il cui scopo primo è quello di divertirsi insieme, non quello di lottare
con ogni mezzo licito e non per vincere. Fa male perdere, ma non è una tragedia e domani è un altro giorno.
2.La divisione in contrade ha prima di tutto il compito di creare unità e collaborazione di buon vicinato e spirito di squadra tra persone che vivono nel medesimo quartiere e hanno la possibilità di uno scambio di relazione al di là e oltre la “Festa dei Ragazzi. Creare dunque senso di appartenenza
e di collaborazione che sarà importante che si realizzi anche fuori della “Festa dei Ragazzi”. In questo un sano agonismo non mortifica ma ravviva lo spirito di relazione.
3.La presenza accanto ai ragazzi del mondo degli adulti è fondamentale per dare serenità,
equilibrio e saggezza a quella che è e deve rimanere una Festa. L’adulto, se poi è anche genitore,
rivive nei figli la passione della sua “Festa dei Ragazzi”, ma essere adulto richiede che non si
intrometta nelle diatribe proprie dei ragazzi e soprattutto non deve essere lui a fomentare e a farle
diventare “Robe de grandi” deteriorandone il clima e rovinando la bellezza della festa.
4.In questi nostri tempi di Covid 19 ci è sembrato più che mai opportuno, dopo la “dispersione” e
il “lockdown” nella “incertezza” della ripresa scolastica e delle attività parrocchiali, che fosse dato,
sia pure con tutte cautele del caso, la possibilità ai ragazzi di ritrovarsi insieme, e di ritrovarsi in
Oratorio luogo di incontro e formazione cristiana dei giovani e delle famiglie. Capire che anche
per loro le cose non saranno più come prima, e che per questo dovremmo tutti avere grande umiltà,
e pazienza, ma anche coraggio e speranza per “reinventare” un modo di vivere che sia “diverso” da
quello che abbiamo vissuto finora, uno stile di vita che dovrà avere una buona relazione umana e
con l’ambiente, sereni rapporti con le persone e recupero positivo dell’aspetto spirituale nella
relazione con Dio.
5.Per quanto riguarda poi le decisioni concrete dello svolgimento della “Festa dei Ragazzi”
esistevano diverse possibilità, ma bisognava fare delle scelte che alla conclusione saranno oggetto di
valutazione dopo una serena verifica. Per questo sono sempre possibili “cordiali” suggerimenti e
“amichevoli” consigli da parte di tutti
Mi sento più che mai di affidare questa nuova “avventura” alla protezione di Maria Assunta
in cielo che veneriamo sabato 15 agosto e ai nostri patroni Santo Stefano e ai Santi Martiri.
Buona festa
don Natale

9 agosto 2020 – E DOPO SAN STIEFIN…

Passate le feste di Santo Stefano e dell’anniversario della Consacrazione della Chiesa Cattedrale e passati i giorni della Sagra e della Fiera che hanno sfidato le incertezze e le difficoltà di questi tempi, ci rimettiamodecisamenteecoraggiosamente incammino. Ilmesediagostoera, dasempre, ilmese delle ferie, ma quest’anno è diverso e anche qui “non è più come prima”. Ci è chiesto di guardare avanti, e di provare a immaginare come e da dove partire per un cammino che ci apra alla speranza e alla fiducia. Provo ad indicare quali possono essere i punti di partenza:

  1. Tenere ben fermo il nostro sguardo su Gesù che guarisce. Il tempo di pandemia ha smascherato le nostre vulnerabilità, le nostre fragilità e le nostre infermità abbiamo bisogno di Gesù che ci guarisca. Per essere guariti da lui, in Gesù medico delle anime e dei corpi, dobbiamo accogliere la sua opera di guarigione e di salvezza in senso fisico, sociale e spirituale. Siamo chiamati così ad esserea nostravolta guaritori guariti. Siamo veramente guariti da Gesù quando a nostra volta diventiamo guaritori degli altri.
  2. Saper rimanere sereni nel silenzio. Il silenzio è la lingua di Dio ed è il linguaggio dell’amore. Dio crea il mondo in silenzio, s’incarna nel grembo silenzioso di una Donna e redime l’uomo nel silenzio di una croce. È fondamentale fare silenzio, per ascoltare la voce di Dio dentro di noi, e anche noi stessi e gli altri. Fare silenzio per “ruminare” la Parola di Dio e donare agli altri parole autentiche, luminose e piene di speranza. Bisogna che impariamo a tacere, a raccoglierci, a stare soli, ad adorare in silenzio e a comporre interiormente qualche parola degna di Dio, ad ascoltare l’eco delle parole del Signore, ascoltarle, ripeterle, scandirle, lasciarle depositare nel fondo dell’anima, solo allora le parole che diciamo agli altri saranno parole che comunicano vita e guarigione. Maria, Vergine del silenzio, maestra e madre spirituale, ci insegni ad accogliere il dono del silenzio per ascoltare Dio e tacere per non cadere nella tentazione dello sparlare degli altri, nella tentazione dell’invidia e della calunnia.
  3. Vivere l’azione feconda della evangelizzazione. Evangelizzare significa – in questi tempi della pandemia – portare una notizia nuova, gratuita, oltre le attese dell’uomo, e al tempo stesso talmente umana che quando la incontri fa impallidire ciò che prima cercavi. Infatti resta sempre da dire l’essenziale, che cioè Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio che si è fatto uomo per noi, condividendo in tutto la nostra condizione e che è Lui la vera salvezza del mondo ieri, oggi e sempre. Il vangelo conserva intatta la sua sorprendente novità e la missione della evangelizzazione pone la sua urgenza. Questo è il semplice annuncio che oggi deve poter raggiungere ogni uomo iniziando proprio dalle nostre famiglie e da queste nostre terre e da questa nostra gente che, forse troppo facilmente, abbiamo in passato ritenuto già evangelizzata, già cristiana. Ma perché questo avvenga, occorre porsi in ascolto della Parola di Dio, non solo della storia e delle urgenze. La Parola di Dio è lucida ed efficace e immediatamente rivela, a colpo d’occhio, se ciò che facciamo è evangelico e missionario, cioè fatto all’unico scopo di rendere luminoso l’amore del Signore Gesù, o se invece finiamo ancora una volta col fare i nostri interessi.

Questi mi paiono le direzioni di un cammino cristiano post Covid 19: tenere lo sguardo fisso su Gesù, custodire nel cuore il silenzio dell’ascolto e coltivare la fecondità dell’evangelizzazione. Ci chiediamo come possiamo farcela? Invocando, con le parole di papa Francesco, il vero artefice della nostra guarigione e del nostro cammino:

Spirito Santo, armonia di Dio, Tu che trasformi la paura in fiducia e la chiusura in dono, vieni in noi. Dacci la gioia della risurrezione, la perenne giovinezza del cuore. Spirito Santo, armonia nostra, Tu che fai di noi un corpo solo, infondi la tua pace nella Chiesa e nel mondo. Spirito Santo, rendici artigiani di concordia, seminatori di bene, apostoli di speranza.

don Natale

2 agosto 2020SAN STIEFIN IN TEMPO DI CORONAVIRUS

Anche San Stiefin quest’anno ha dovuto adeguarsi alle limitazioni e anche la sua festa deve fare a meno di parecchie di quelle attività sia commerciali che culinarie che ne hanno da sempre caratterizzato anche la sagra. Nei miei ricordi d’infanzia San Stiefin voleva dire qualche giro sui autoscontri e sui discovolanti, un toc di croccante e un sachettin de mandue, un rodul de sigurissia e una bea feta de anguria rossa come el fogo . Ora la sagra di San Stiefin si è nobilitata e ha anche una funzione economica trainante. Un tempo si svolgeva la “fiera boaria” nel vecchio campo sportivo con la ritualità dei mercantini che sbattevano con forza le mani del venditore e del compratore e l’affare era firmato e sigillato magari con un bon goto de merlot. Tempi passati che ricordiamo con nostalgia ma non con rimpianto, ai tempi bisognava fare i conti con i “franchi” sempre pochi oggi abbiamo l’euro ma anche quelli sono sempre pochi.

L’aspetto più propriamente religioso della festa un tempo era caratterizzato dalla Messa grande con il Vescovo e con la presenza dei parroci della Diocesi che erano tenuti ad intervenire perché, se assenti senza una valida giustificazione, erano tenuti a pagare una multa. Ricordo che da chierichetto tante volte servivo Messa a parroci che, venuti da distante e con mezzi pubblici, chiedevano di poter celebrare Messa su uno degli altari che erano lungo le navate della cattedrale perché, con la scarsità dei mezzi pubblici di allora, non avrebbero potuto rientrare in parrocchia prima di sera.

Oggi i mezzi di trasporto ci sono e anche abbondanti ed è possibile a tutti partecipare, questo lo dico anche per noi di Concordia, abbiamo tutti bisogno di pregare e chiedere l’intercessione di San Stiefin protomartire, cioè primo martire cristiano che ha dato la vita in fedeltà a Gesù Cristo e al suo Vangelo.  Egli è un esempio luminoso di coloro che, come dice la liturgia, “hanno testimoniato con il sangue i prodigi di Dio Padre che rivela nei deboli la sua potenza e dona agli inermi la forza del martirio”.

Quest’anno presiederà la Celebrazione il Card. Giovanni Angelo Becciu, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, insieme con il nostro Vescovo Giuseppe e i parroci della Diocesi, ci aiuterà a pregare e a riflettere, alla luce della Parola di Dio, riguardo il tempo che stiamo vivendo, un tempo che ci chiede di “convertirci” alla novità di un mondo diverso, più umano e cristiano per non sfinire ancora malati dentro un mondo malato.

In sala Ruffino, con il patrocinio e il contributo del Comune, quest’anno abbiamo allestito una mostra su Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. È un pittore il Caravaggio dalla vita avventurosa e disordinata, ma i suoi quadri, in gran parte di soggetto religioso, sono attraversati da un fascio di luce che, voglio credere, esprimono la struggente nostalgia della luce divina che illumina la povertà e il peccato della nostra vita con la grazia della sua misericordia e del suo perdono.

Sarà così utile e istruttivo per tutti fare una visita, specialmente alla sera dove ci sarà anche la possibilità di avere qualche giovane che farà da guida e, attraverso la visione di quei quadri così drammatici cogliere insieme anche la religiosa speranza che li illumina.

Speranza di cui abbiamo bisogno per riprendere con novità il nostro cammino perché “se niente sarà più come prima” San Stiefin e i nostri Santi Martiri ci siano accanto per indicarci la strada giusta e bella della rinascita e della conversione alla “salvezza” in Cristo Gesù.

BON SAN STIEFIN!

don Natale

26 LUGLIO 2020 NIENTE SARA’ PIÙ COME PRIMA – 2a  parte

Ci stiamo avvicinando velocemente alla “fiesta de san Stiefin” che anch’essa non sarà più come prima il che non vuol dire che non si farà niente ma si farà “diverso” e soprattutto lo spirito che la orienta e la qualifica avrà per forza di cose un indirizzo e delle motivazioni, anche pratiche, nuove e speriamo anche più coerenti con quello che è il significato e il valore della festa del nostro patrono e del patrono della Diocesi Santo Stefano. Ecco qualche spunto per la riflessione:

1. Una santa inquietudine. Papa Francesco con una formidabile sintesi così si esprimeva: “«Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: “Voi stessi date loro da mangiare”. La santa inquietudine è quella di preoccuparci che la nostra vita sia una visibile e chiara testimonianza e un annuncio di Gesù a tutti gli uomini. Per fare questo dobbiamo “svecchiare” il nostro modo di agire, il non fissarsi su “abbiamo sempre fatto così” per aprirci alla novità e alla fantasia originale dello Spirito.  Apriamoci alla sua presenza ci metta nel cuore questa santa inquietudine e ci svegli dal torpore che purtroppo ha, per tanti versi, reso immobile e infruttuosa la nostra presenza di cristiani nella società.

2. La corresponsabilità dei laici. “In modo particolare, i fedeli laici, avendo come proprio e specifico il carattere quello di cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio, possono anche sentirsi chiamati o essere chiamati a collaborare con i loro pastori nel servizio della comunità ecclesiale, per la crescita e la vitalità della medesima, esercitando ministeri diversissimi, secondo la grazia e i carismi che il Signore vorrà loro dispensare». Senza andare a scomodare forme “straordinarie” di presenza dei laici (vedi presidenza alla celebrazione dei matrimoni) i laici, in forza del loro battesimo, hanno di diritto la responsabilità e l’onere di vivere nella comunità tutti quei “servizi” che la qualificano come comunità cristiana che sono: quello liturgico ( pensiamo al canto, al guidare le preghiere per varie situazioni, anche proclamare la Parola di Dio e la distribuzione della Comunione); quello catechetico, con le limitazioni imposte dalla Covid-19,  sempre più l’annuncio del catechismo è compito dei laici a cominciare dalle famiglie. La presenza sul territorio della proposta cristiana ha da uscire dalle chiese formarsi nelle case e nei luoghi abitati dalle persone. Infine la carità, questa fondamentale attuazione pratica senza la quale la fede è morta deve “inventare” nuove forme di presenza che, facendo buon uso della esperienza del passato, sappia proiettarsi, con fiducia e coraggio in aiuto ai bisogni, alle attese e alle necessità degli uomini di oggi e del futuro.

3. La conversione del cuore. Elementi diversi ci chiedono una autentica conversione del cuore. La parrocchia è sempre meno il centro della vita sociale di un paese ma è più una casa tra le case, dall’altra parte una accresciuta “cultura digitale” ha modificato in maniera irreversibile la comprensione dello spazio, del linguaggio e fino ai comportamenti delle persone, specialmente quelle delle giovani generazioni. La conferma l’abbiamo avuta nel tempo del lockdown quando le comunicazioni possibili viaggiavano quasi esclusivamente sui vari mezzi di comunicazione. È dunque urgente coinvolgere l’intero Popolo di Dio nell’impegno di cogliere l’invito dello Spirito Santo per attuare processi di “ringiovanimento” del volto della Chiesa. Mi rendo conto che queste sono indicazioni molto generiche ma possono essere il punto di partenza per un rinnovamento o meglio una “rigenerazione” della vita cristiana oggi che “niente è più come prima”.

don Natale

19 LUGLIO 2020NON SARÀ PIÙ COME PRIMA

È questa una affermazione che sentiamo ripetere frequentemente, mai poi viene da chiedersi: che cosa vuol dire? Penso che, più che tante spiegazioni, si abbia bisogno di vedere e constatare di persona cosa essa voglia significare e come siamo chiamati poi a tradurla in pratica.

Tempo fa, quando si prospettavano la possibilità e le tante incertezze per aprire i centri estivi, ho partecipato ad un incontro con il “responsabile della sicurezza”. Ebbene, devo confessare che man mano che illustrava le varie regole e tutte le precauzioni, insistendo sulla necessità di metterle rigidamente in pratica, mi sentivo sempre più angosciato e sfiduciato tanto era il peso opprimente di tutte quelle limitazioni. Anche perché dovevo poi rivolgermi alle maestre, che non erano obbligate ad assumersi questo servizio, per chiedere se si sentivano di rendersi disponibili a fare i centri estivi in asilo, avendo avuto delle famiglie che li avevano richiesti sia per necessità loro sia perché erano preoccupate che i bambini potessero riprendere una vita di relazione con gli altri. Bene, questa settimana sono terminati i centri estivi in asilo e devo dire con sincera soddisfazione dei bambini che, pur in piccoli gruppi – solo cinque con una maestra – hanno mostrato di essere contenti, hanno rispettato con puntigliosa e giocosa disponibilità tutte le limitazioni e le regole; sono rimasti soddisfatti i genitori, e devo dire un grazie grande alle maestre e a tutto il personale che – pure loro – hanno riconosciuto come questo ci ha aiutato a vivere un rapporto più personale con i bambini e soprattutto ci ha aiutato a capire come non “sarà più come prima”. Non è detto che sarà peggio, anzi, molte cose sono da ritenere e da valorizzare, molte cose che forse prima conoscevamo ma per vari motivi non riuscivano a realizzare.

Un altro esempio, anch’esso iniziato con tante perplessità, ma anche con grande coraggio che ho avuto modo non solo di ricordare ma soprattutto da apprezzare in tutti a cominciare da don Enrico e don Daniele, e poi tutti gli adulti e animatori, anche il comune nella persona del Sindaco e degli assessori e della dirigente scolastica, che hanno messo subito a disposizione degli ambienti sono i “centri estivi dei bambini e ragazzi”. Anche qui, questa sarà la terza settimana, c’è stata una unanime soddisfazione, e veramente non è stato più come prima, ma quante cose abbiamo scoperto utili, importanti, educative sia per il corpo che per lo spirito, insomma una ampiezza di iniziative che ci hanno insegnato un nuovo modo di essere e di vivere la relazione, la scoperta, la bellezza del servizio e la preziosità della collaborazione tra giovani animatori e adulti, parrocchia e società civile. I ragazzi hanno sperimentato la gioia di andare in bicicletta insieme e di visitare luoghi che conosciamo, ma che non abbiamo mai “abitato” con affetto e conoscenza artistica, culturale e religiosa: la chiesetta del Loncon e il Duomo di Portogruaro, il Cisiol dei santi Martiri e il collegio Marconi, il museo etnologico di Cavanella e il Bosco delle Lame, lo spazio per il gioco e la chiesa del Paludetto, la chiesa della Madonna Bambina e lo spazio dell’ oratorio del Teson, l’oratorio di Sindacalee il vicino museo della guerra, il santuario Madonna di Fatima dei frati cappuccini e infine il Battistero e la Cattedrale. Tutti hanno giocato e tutti hanno pregato e cantato, chi ha desiderato ha chiesto nella confessione il perdono al Signore, hanno fatto i laboratori in una forma diversa, ma più sobria e più efficiente. Insomma la formula che è stata proposta è tale da poter dire che va riproposta nel suo schema generale e veramente non è stato più come prima, ma è stata una scoperta nuova, positiva ed arricchente e più umana, più vicina alla sensibilità e alla vita vera.

Ecco due esempi che ci motivano nel dire che non sarà più come prima e che non deve essere più come prima, ma diverso, nuovo e bello, sia umanamente che spiritualmente.

don Natale

12 LUGLIO 2020 IMPARIAMO ANCHE NOI A SOGNARE!

Una volta i nostri vecchi dicevano che per sognare bisognava mangiare tanta rucola non so se è vero, ma so quello che ci dice il Signore tramite il profeta Gioele che sognare da svegli è un dono dello Spirito Santo perché come diceva padre Turoldo: “Lo Spirito è come il vento non lascia riposare la polvere”. Il pericolo infatti è quello di fare riposare la polvere su questi tempi del coronavirus e di pensare che tutto sia passato e che bisogni ritornare al più presto possibile a “come prima”. Non è così e allora bisogna impegnarci a “sognare” una vita diversa e nuova dono dello Spirito dopo il Covid 19. Papa Francesco, in tutto questo tempo, ha continuato a “sognare” e ha espresso alcuni di questi “sogni” per impegnarci per una società diversa e veramente umana e cristiana. Eccone alcuni.

1. “La vita non serve se non si serve”. E’ il sogno di non vivere pensando solo a noi stessi, ma di vivere con la gioia di mettere la nostra vita a servizio degli altri. Potremmo chiedere alle persone adulte e ai ragazzi, giovani animatori, che si stanno impegnando nei “centri estivi” come vivono il “sogno di una vita che serve perché si fa servizio al prossimo, se ne vale veramente la pena”.

2. “Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”. Il Papa ci indica tre nemici sempre accovacciati alla porta del nostro cuore che possono farci sprecare questa grave prova della pandemia: il narcisismo, il vittimismo e il pessimismo.                                   

“Il narcisismo fa idolatrare sé stessi, fa compiacere solo dei propri tornaconti. Il     narcisista pensa: ‘La vita è bella se io ci guadagno. E così arriva a dire: ‘Perché dovrei donarmi agli altri?’”. “In questa pandemia, quanto fa male il narcisismo, il ripiegarsi sui propri bisogni, indifferenti a quelli altrui, il non ammettere le proprie fragilità e i propri sbagli”.  Ma anche il secondo nemico, il vittimismo, è pericoloso: “Il vittimista si lamenta ogni giorno del prossimo: ‘Nessuno mi capisce, nessuno mi aiuta, nessuno mi vuol bene, ce l’hanno tutti con me!’. E il suo cuore si chiude, mentre si domanda: ‘Perché gli altri non si donano a me? Nel dramma che viviamo, quant’è brutto il vittimismo. Pensare che nessuno ci comprenda e provi quello che proviamo noi”. Nel pessimismo, infine, la litania quotidiana è: ‘Non va bene nulla, la società, la politica, la Chiesa…’. Il pessimista se la prende col mondo, ma resta inerte e pensa: ‘Intanto a che serve donare? È inutile. Ora, nel grande sforzo di ricominciare, quanto è dannoso il pessimismo, il vedere tutto nero, il ripetere che non c’è niente da fare, ormai!  Pensando così, quello che sicuramente non torna è la speranza”.

3. Il terzo sogno è conquistiamo un diritto fondamentaleil diritto alla speranza. “È una speranza nuova, viva, che viene da Dio. Non è mero ottimismo, non è una pacca sulle spalle o un incoraggiamento di circostanza, con un sorriso di passaggio. No. È un dono del Cielo, che non potevamo procurarci da soli. Mettiamo a tacere le grida di morte, basta guerre! Si fermino la produzione e il commercio delle armi, perché di pane e non di fucili abbiamo bisogno. Cessino gli aborti, che uccidono la vita innocente. Si aprano i cuori di chi ha, per riempire le mani vuote di chi è privo del necessario”. Si tratta di un peccato da cui anche noi, cristiani di oggi, non siamo immuni. «La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione, illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza».

Grazie papa Francesco dei tuoi sogni ci aiutano anche noi a sognare.

don Natale

5 LUGLIO 2020

“DON E PAA PRIMA COMUNIONE COME CHE SE FA?”

Non solo per il primo incontro con Gesù nella Santa Comunione ma un po’ tutti i sacramenti sono da collocare entro le linee guida imposte dal coronavirus. Non vi nascondo che stante le incertezze per il futuro mi trovo in difficoltà a dare delle indicazioni precise, ma provo a riflettere su alcune linee.

BATTESIMO: il Battesimo per il momento è celebrato con la cerimonia propria fuori dalla S. Messa per le precauzioni che ci sono richieste e per delicatezza e rispetto per i bambini e i loro famigliari.

PRIME COMUINIONI che è giusto chiamare Celebrazioni della Messa di prima Comunione. Vorrei richiamare alcune riflessioni al riguardo.

La Messa di Prima Comunione va celebrata con e nella comunità. È un evento che riguarda non solo il bambino e la sua famiglia ma tutta la parrocchia. Deve risultare chiaro che il motivo centrale è il primo incontro con Gesù nella santa Comunione. Perché risulti chiaro bisogna cercare di evitare di concentrarsi su tutte quelle realtà che possono “distrarre” dalla centralità dell’incontro con Gesù. Stante queste limitazioni si dovranno trovare soluzioni che ci permettono di celebrare, a piccoli gruppi, in un contesto rispettoso della presenza dei famigliari e della comunità. Queste osservazioni ci dicono che non sarà più come prima e le varie limitazioni ci aiuteranno a rivedere e anche a “purificare” la celebrazione della Prima Comunione che con l’andare del tempo si è sempre più caricata di esteriorità, venendo a perdere il significato profondo e vero di questo incontro con il Signore Gesù inizio di una autentica relazione di amicizia e di vita spirituale con il Signore nel tempo. Per questo cerchiamo di confrontarci e concentrarci sul significato e importanza della Comunione poi saremo anche capaci di trovare l’accodo per i tempi e i modi delle celebrazioni nel rispetto delle regole.

PRIME CONFESSIONI. Segno dell’amore misericordioso del Signore la confessione è giorno di festa per tutta la comunità che si unisce alla gioia del singolo che accoglie il perdono del Signore dopo aver riconosciuto il proprio peccato. Nei bambini è importante che, nell’emozione di questo incontro, essi abbiano a sperimentare la presenza di un Dio che è sempre pronto ad accogliere chi sbaglia e a fare festa per ogni nostro ritorno alla casa del Padre accompagnati dalla preghiera e dalla presenza della comunità. Essa va collocata all’interno di una propria celebrazione e vissuta insieme alla gente. Bisognerà pensare con voi genitori quale sia il momento più opportuno e le modalità concrete per vivere con serenità e gioia questo incontro con il Signore che perdona.

CRESIME per il momento sono sospese, noi siamo stati fortunati, per così dire, perché per quest’anno a Concordia le avevamo già celebrate giusto in tempo prima del lockdown; al Teson verranno celebrate non appena possibile, in accordo con la comunità, i catechisti e le famiglie. Sarà da organizzare il percorso di catechesi per il prossimo anno.

MATRIMONI. Secondo le nuove disposizioni si possono celebrare ed è permesso agli sposi che durante la celebrazione non indossino la mascherina.

CATECHISMO. Sarà da rivedere e collegare anche con le norme che verranno date per le scuole. Certo anche qui senza creare allarmismi ma con la tenacia dei piccoli passi ci dovremmo preparare a un modo di evangelizzazione e di catechesi che risponda al mondo che è cambiato.

“Don e paa prima comunione come che se fa?”

“Doven parlase insieme e capì che no l’è pì come prima

e dopo ciapà e decision che mejo ne aiuta a incotrarse col Signor”.

don Natale

28 GIUGNO 2020“LA MARE DE SAN PIERO”

La settimana attorno al 29 giugno, festa dei Santi Pietro e Paolo, viene chiamata la settimana “de la mare de San Piero”. I nostri vecchi avevano infatti osservato che in questo periodo era facile che ci fossero temporali improvvisi e molto forti, come anche folate burrascose di vento e devastanti tempestate. Così com’è descritto dal parroco di allora, don Osvaldo Moretti, nelle cronache di Concordia:“Oggi 2 luglio 1870, fu una grandine così desolatrice in Concordia da non lasciare neppure una foglia sopra gli alberi; le viti spogliate e macerate come pure gli altri vegetabili (sic), le biade troncate con tutti gli altri legumi, così da non conoscere il luogo dove erano germinati. Il frumento era per buona parte già raccolto. Questo giorno sacro alla Visitazione di Maria a santa Elisabetta, il Signore ci ha visitati”. Da quell’evento disastroso la popolazione di Concordia ha fatto il voto che passa sotto il titolo di “Madonna del tempeston” e che da 150 anni si ripete ogni anno proprio il 2 di luglio con la processione della Madonna dalla Cattedrale alla chiesa della Tavella.

Se questi agenti atmosferici si sono sempre verificati, è però sotto gli occhi di tutti il fatto che la cupidigia egoistica di noi uomini in questi ultimi anni ha contribuito a deteriorare di molto le condizioni del nostro pianeta tanto da esigere un allarme generale a prendersi cura del creato allarme che ha trovato puntuale preoccupazione nella Chiesa e che ha spinto Papa Francesco a scrivere, per la prima volta nella storia, una enciclica sulla salvaguardia della creazione dal titolo: Laudato si’. A cinque anni dalla sua pubblicazione il Papa ha indetto un anno di preghiera e di riflessione sull’enciclica, dal 24 maggio di quest’anno fino al 24 maggio del prossimo anno. Dio ci ha creato per la comunione, per la fraternità, e ora, nella pandemia, più che mai si è dimostrata illusoria la pretesa di puntare tutto su se stessi, di porre l’individualismo alla base della società. Ma stiamo attenti! Appena passata l’emergenza, è facile ricadere in questa illusione. “Invito tutte le persone di buona volontà – ha aggiunto Francesco – ad aderire per prendere cura della nostra casa comune e dei nostri fratelli e sorelle più fragili”. Un anno che invita a un “periodo di più intensa orazione e azione a beneficio della casa comune”, “per riabituarci a pregare”, “per riflettere sui nostri stili di vita”, “per intraprendere azioni profetiche, invocando scelte coraggiose”. Ci sono delle decisioni da prendere in perfetta sintonia con l’impegno costante del Papa, fedele portavoce del grido di sofferenza della Terra, dei più poveri e dei migranti. Tanto da coniare – proprio nella sua Laudato si’ – la definizione di ecologia integrale, riferendosi a un approccio verso la natura, che non prescinda mai dall’aspetto umano, sociale e culturale. Un approccio che è diventato il suo  “modo di operare” in questi anni così delicati per gli equilibri ambientali e che il Papa ha portato avanti attraverso gesti concreti e simbolici, come quando lo abbiamo visto parlare di ambiente con Fidel Castroregalare la sua enciclica a Donald Trump e convocare un sinodo a impatto zero per difendere il futuro dell’Amazzonia.   

Per accompagnare questo anno speciale dedicato alla cura del pianeta, il Papa ha scritto una preghiera invitando tutti a recitarla. Eccola:

Dio amorevole, Creatore del cielo, della terra e di tutto ciò che contengono.

Apri le nostre menti e tocca i nostri cuori, affinché possiamo essere parte del creato, tuo dono.

Sii presente ai bisognosi in questi tempi difficili, specialmente i più poveri e i più vulnerabili.

Aiutaci a mostrare solidarietà creativa nell’affrontare le conseguenze

 di questa pandemia globale.

Rendici coraggiosi nell’abbracciare i cambiamenti rivolti alla ricerca del bene comune.

Ora più che mai, che possiamo sentire di essere tutti interconnessi e interdipendenti.

Fai in modo che riusciamo ad ascoltare e rispondere al grido della terra e al grido dei poveri.

Possano le sofferenze attuali essere i dolori del parto di un mondo più fraterno e sostenibile.

Sotto lo sguardo amorevole di Maria Ausiliatrice, ti preghiamo per Cristo Nostro Signore. Amen.

don Natale

21 GIUGNO 2020 DUE NUOVI SACERDOTI

Sabato 27 giugno alle ore 9,30 il nostro Vescovo Giuseppe ordinerà due nuovi sacerdoti: don Daniele Falcomer e don Marco Cigana. È festa grande per le loro famiglie, per la Diocesi e per le parrocchie d’origine; è festa anche per Concordia e Maniago, comunità dove i due novelli sacerdoti hanno vissuto la loro presenza di servizio come diaconi. Sia benedetto il nome del Signore! Dopo la dolorosa e faticosa “prova” del coronavirus abbiamo un grande e bel segno di speranza e di coraggio. Infatti scegliere di mettersi servizio della comunità e di seguire il Signore come suoi discepoli nel sacerdozio è dono e grazia che va accolta e vissuta con fiducia e gioia per seguire Gesù e per camminare insieme alla gente. Se penso alla mia di ordinazione sacerdotale 47 anni fa ricordo che a quel tempo c’erano 10 sacerdoti diocesani e 10 sacerdoti appartenenti a ordini religiosi nativi di Concordia. Ora i tempi sono cambiati e le presenze sacerdotali sono molte di meno anche se il Signore continua a fare maturare la messe in abbondanza e ci invita a pregare perché il Padre mandi operai per la sua messe. Papa Francesco un giorno, a chi gli chiedeva  perché terminasse ogni suo discorso chiedendo di non dimenticarsi di pregare per lui, ha detto che lui ha imparato un po’ alla volta il grande valore anzi l’indispensabile sostegno della preghiera e confessava che da giovane sacerdote non era così continuativo il suo chiedere che si pregasse per lui, ma poi man mano che andava avanti nella vita si è accorto che il prete, come tutti, ha bisogno del sostegno della preghiera sia propria che di quella degli altri  e così ha cominciato a chiedere in ogni circostanza di pregare per lui.  Allora anch’io chiedo per i preti novelli e per tutti i preti la preghiera vostra perché ci sostenga e ci renda sempre più fedeli a Dio e al prossimo. Volendo poi dare una specificazione e intenzione alla preghiera potrei tradurla così:

     Preghiamo perché i preti siano fedeli dispensatori della Bella Notizia del Vangelo e la trasmettano con gioia, con la consapevolezza che i primi destinatari di essa sono loro stessi, perchè quello che annunciano ha bisogno di trovare corrispondenza fedele nella loro vita.

    Preghiamo perché i preti abbiano a cuore di testimoniare con forza e tenerezza la misericordia di Dio. Siano instancabili annunciatori della grazia del perdono del Signore. Per farlo con efficacia, loro per primi, vivano la bellezza del perdono di Dio e riconoscano con l’umiltà di essere amati e perdonati dal Signore. Ad una intervista a Papa Francesco hanno chiesto: “Chi è papa Francesco?”. E il papa, dopo averci pensato un attimo, ha risposto:” Sono un peccatore che ha avuto la gioia di incontrare l’amore e il perdono del Signore”

     Preghiamo perchè i preti vivano concretamente il servizio della carità e sappiano prendersi a cuore la gente a cominciare dai piccoli, poveri e ultimi. Sappiano essere ospitali nel cuore e nella vita e mettano in pratica l’insegnamento di Gesù che è presente in coloro che hanno fame e sete, in coloro che sono malati, stranieri, in carcere e afflitti da ogni avversità, accogliendo loro accolgono Gesù. Papa Giovanni XXIII, alla sua partenza dalla Bulgaria, ha salutato la gente con questa promessa: “Secondo una tradizione irlandese, tutte le case mettono alla finestra, nella notte di Natale, una candela accesa, per indicare a Maria e a San Giuseppe, che cercano un rifugio nella notte santa, che in quella casa c’è posto per loro. Ebbene, ovunque io sia, anche in capo al mondo, se un bulgaro passerà davanti alla mia casa troverà sempre alla finestra una candela accesa. Egli potrà bussare alla mia porta e gli sarà aperto; sia cattolico o ortodosso, egli potrà entrare e troverà nella mia casa la più calda e la più affettuosa ospitalità”.

Non dimentichiamoci dunque di pregare per don Daniele e don Marco

e per tutti i preti.

don Natale

14 GIUGNO 2020LA FIESTA DEL CORPUS DOMINI

Gelsomino Molent nel libro “Mai dismintiarai”. La Concordia di ieri in sessanta racconti scrive: “La fista de Corpus Domine i feva la prucission, senpre de matina, e banda par banda dea strada ‘ndove che passsava la prucission i meteva tute fras’cie verde de saes. I tosatei dea prima comunione i spandeva, man man che i ciaminava, fiori davanti al prete che el portava el Signor ne l’Ostensorio grand”. Era una festa e una gioia per tutti che il Signore Gesù nell’Eucaristia passasse per le vie del paese e la sua presenza fosse di benedizione per tutti. C’era anche chi ornava i portoni con rami verdi e fiori e dai balconi pendevano drappi colorati, in genere erano copri letti più belli che non si usavano mai e si tiravano fuori solo in queste occasioni o quando doveva venire il medico o il prete a portare la comunione a qualche malato. Anche quest’anno avremmo dovuto fare la processione e passare a benedire con il Santissimo la nostra cittadina, ma è arrivato il coronavirus e ancora non si può. Per due mesi siamo stati bloccati in casa e non avevamo la possibilità di muoversi nemmeno per venire a Messa e fare la Comunione. Abbiamo sentito alcuni protestare perché non erano d’accordo e rimproverare perché la Chiesa era stata un po’ troppo arrendevole nel cedere ai divieti. Questo esprimeva una grande bel desiderio di celebrare la S. Messa e di ricevere la Comunione. Quando poi finalmente ci è stato possibile ritornare a celebrare la S. Messa con il popolo i posti in chiesa, pur ridotti per via delle limitazioni imposte dal coronavirus, non sono stati tutti occupati, certo c’è ancora la paura e la difficoltà di ritornare alla “normalità” e quindi aspettiamo con fiducia nella speranza. Vorrei lasciare ora tre piccoli segni che richiamano il significato e il dono grandissimo che Gesù ci ha fatto nell’Eucaristia.

  1. Il catino, la brocca dell’acqua e l’asciugamano. Sono i segni con cui Gesù, nell’ultima cena, ha lavato i piedi agli apostoli. Sono anche i segni con cui l’evangelista Giovanni narra l’Eucaristia. L’evangelista ha così voluto dirci che l’Eucaristia è vera e autentica nella nostra vita se anche noi siamo capaci di vivere la nostra esistenza nel servizio di amore di Gesù nel semplice e significativo gesto del lavare i piedi gli uni gli altri.
  2. Il pane spezzato e condiviso. I cristiani della chiesa dell’origine chiamavano l’Eucaristia “pane spezzato”. A significare che Gesù ha preso la sua vita e come pane l’ha spezzata con la sua morte in croce e ne ha fatto dono di condivisione per tutti. L’Eucaristia per essere autentica e vera in noi deve renderci pronti a fare anche noi della nostra vita un dono di amore da condividere con gli altri, con tutti gli altri.
  3. La vite che piange. Abbiamo tante volte osservato come dopo la potatura, all’inizio della primavera, la pianta della vite “piangeva”, era il segno che la vite era viva e che era pronta a donare la linfa vitale ai tralci perché producessero frutti abbondanti. Gesù ci ha ricordato che se vogliamo portare frutto anche noi, come i tralci, dobbiamo rimanere uniti alla vite. Ricevendo l’Eucaristia anche noi riceviamo la linfa vitale che è Cristo in modo che la nostra vita produca frutti abbondanti di bene e di gioia. L’Eucaristia è dunque fondamentale per la nostra vita cristiana essa come diceva Carlo Acutis, un giovane ragazzo, del quale è in corso la causa di beatificazione e che ha cercato di essere presente ogni giorno alla S. Messa e di ricevere la Santa Comunione: “L’Eucaristia è la mia autostrada per il cielo, infatti l’Eucaristia ci fa diventare simili a Gesù e già su questa terra pregustiamo il Paradiso”.

Sia lodato e ringraziato in ogni momento,

il Santissimo e Divinissimo Sacramento.

don Natale

7 GIUGNO 2020

VIENI A PRENDERE UN CAFFE’

Il vescovo di Pinerolo ha scritto, prima del coronavirus, la lettera pastorale alla sua diocesi con questo titolo: “Vieni a prendere un caffè”. È un titolo insolito per una lettera di un Vescovo alla gente della sua diocesi ma, come ampiamente è spiegato nel corso della lettera, essa è un pressante invito a recuperare un rapporto di prossimità e di amichevole vicinanza con le persone. La lettera intende sottolineare l’importanza delle relazioni che, sia in ambito civile che anche come cristiani, abbiamo lentamente abbandonato. “Vieni a prendere un caffè” è un modo per dirti fermati, sostiamo un momento in compagnia, guardiamoci negli occhi e facciamoci racconto di quello che rallegra o intristisce il nostro cuore, entriamo, ma non frettolosamente, in un vero rapporto di relazione tra di noi. Giovedì sera abbiamo avuto una di queste soste di due ore in Cattedrale per pregare invocando lo Spirito Santo perchè come dice il profeta Gioiele “Lo Spirito Santo doni ai nostri giovani la gioia di profetizzare e agli anziani quella di sognare” anche in questo tempo di prova e di sofferenza per il coronavirus. Perchè? Credo che tutti vorremmo che questa pandemia finisse “ieri” e la crisi economica “l’altro ieri” ma non è così. La questione è molto più seria: “non è una parentesi per ritornare come prima”. Non torneremo alla società e alla Chiesa di prima. Questo tempo parla, ci parla, anzi ci urla per dirci con forza la necessità di cambiare. La società che ci sta alle spalle non era “la migliore società possibile” nè la Chiesa era “la Chiesa che veramente sognavamo” anzi ricordate come ci lamentavamo per la poca frequenza alla Messa, per l’abbandono dei giovani, per la insensibilità per i valori morali ed etici della proposta evangelica? Bene possiamo, anzi dobbiamo, non tornare alla società e alla Chiesa di prima. Ecco perché questo è il tempo per profetizzare e per sognare in modo che cresca nella società e nella Chiesa qualcosa di nuovo. Questa era una società e anche una chiesa sbilanciata sull’individuo. Ognuno era interessato a vivere bene per sé, convinto che quando sto bene io mi basta e gli altri vedano loro di arrangiarsi come riescono. Rimanere chiusi per tre mesi ci ha fatto rendere conto che le RELAZIONI con gli altri sono importanti quanto l’aria che respiriamo o il cibo che mangiamo. Ci siamo resi conto che noi siamo le relazioni che riusciamo a costruire. Questo ha significato riscoprirsi parte di una COMUNITA’. L’abbiamo scoperto sperimentandolo sulla nostra pelle e soffrendolo nella nostra testa. Bene adesso che lo abbiamo scoperto proviamo anche a viverlo. “No, la pandemia non è stata una parentesi”, ma potrà invece essere invece una nascita, la nascita di una società diversa, e di una Chiesa-Comunità diversa.  Non sprechiamo questa occasione, l’opera di purificazione della pandemia che ci ha fatto vedere meglio ciò che è bene per noi come cittadini e come cristiani. Così come cristiani non dobbiamo tornare alla Chiesa di prima. Non pensiamo infatti di risolvere tutto perché adesso possiamo celebrare di nuovo la S. Messa con la gente. Credo all’importanza fondamentale della S. Messa per il cristiano perché senza la S. Messa ci manca l’Eucaristia e non c’è comunità non c’è Chiesa senza Eucaristia.  Così spero che ci troviamo in molti, noi dell’Unità Pastorale concordiese, per celebrare assieme giovedì di questa settimana alle 20,00 sul piazzale della cattedrale il Corpus Domini e per condividere nel dono dell’Eucaristia la voglia di diventare, a nostra volta, dono di servizio e amore agli altri, a tutti gli altri. Ma insieme vogliamo recuperare anche la dimensione della Chiesa domestica, della Chiesa in famiglia e in essa vivere momenti di riflessione sulla Parola di Dio, riscoprire la bellezza di spazi di silenzio e godere nello stupore e nella meraviglia di fronte alla bellezza della natura e la gioia semplice della preghiera assieme ai propri famigliari. Non solo una comunità che va in Chiesa ma anche una Chiesa che va agli altri a tutti gli altri. Incominciamo a sognare per essere non cristiani “devoti” – in modo individualistico, intimistico, astratto, ma “credenti” che credono in Dio che è TRINITA’ cioè relazione tra le tre Persone per nutrire la propria vita e per riuscire a credere alla vita oltre la morte.  Non comunità chiuse, ripiegate su se stesse e sulla propria organizzazione, ma comunità aperte alla fantasia dello Spirito, cariche di speranza, comunità che contagiano di passione e di entusiasmo e gusto di vivere. Comunità dove si raccoglie e ci si fa l’invito: “Vieni a prendere un caffè e lo si dice con il sorriso sulle labbra e con la gioia di stare insieme in compagnia.

don Natale