25 settembre – una lettera da Mosul

Caro don Livio,

proprio la settimana scorsa, il 17 settembre, vi è stato un incontro a
Cor Unum sulla situazione in Siria e Iraq. Con mons. Warda, Vescovo di
Erbil in Kurdistan (nord Iraq) che accoglie la maggioranza dei
cristiani fuggiti dalle violenze dell’ISIS, abbiamo fatto il punto
della situazione che qui ti riassumo e che puoi divulgare alla
Diocesi.

“Sono circa 125.000 i cristiani che hanno abbandonato Mossul e la
vicina Piana di Ninive dal luglio 2015. La speranza di tornare presto
nei luoghi di origine è ormai svanita, creando un profondo senso di
tristezza e di paura. Si tenta una sistemazione nel Kurdistan, ma con
lo scarso lavoro disponibile sul posto, quasi tutti i giovani stanno
cercando di emigrare”. Rimangono i bambini e gli anziani.

Mons Warda condanna come “genocidio” e “crimine contro l’umanità”
quanto sta succedendo in Iraq,e l’esodo dei cristiani e di altre
minoranze non è ancora finito.
La Diocesi cattolica di rito caldeo di Erbil si occupa direttamente di
10.300 famiglie, distribuite in varie località e con diversi “status”:
2.294 famiglie sono accolte in abitazioni esistenti nelle vicinanze di
Erbil (Ganjan, Darwazay, Ozal City). I proprietari sono sensibili al
problema  e non speculano, ma la Chiesa deve comunque pagare loro un
affitto.
Altre 2.700 famiglie vivono in container sistemati a uso alloggio
nella città di Ankawa, ormai diventata un sobborgo di Erbil. Infine
altre 5.306 famiglie sono in grado di pagare l’affitto (sempre ad
Ankawa) ma naturalmente soffrono come le altre di tutte le
vulnerabilità degli sfollati.
Naturalmente oltre ai bisogni materiali di base che implicano un costo
elevato, ci sono le scuole da garantire ai bambini, le cure sanitarie
agli anziani, e non ultimo per l’equilibrio psicologico, lì assistenza
spirituale.

I costi mensili a carico della Diocesi di Erbil, solo per i viveri,
variano attorno ai 725.000 Euro (810.000 $). Per le scuole, 4 sono già
state costruite, ma vi sono piani per una spesa ulteriore di 850.000 $
(760.000 Euro).

Caritas Italiana ha chiesto di convogliare gli aiuti definibili come
“gemellaggio” con le famiglie dei cristiani sfollati nelle località di
Ganjan, Darwazay, Ozal City e Ankawa, per un totale di circa 2000
famiglie (oltre 10.000 persone). Vi è un continuo afflusso e riflusso
di persone, non è pertanto possibile creare un ponte fisso fra
donatore e beneficiario, anche perché il beneficiario urgente di un
mese, per esempio un intervento chirurgico, no lo è più il mese
successivo. Chi emigra, ovviamente non è più presente, chi trova un
piccolo lavoro ha meno bisogni e così via.

C’è una impressionante rete di volontari delle comunità cristiane,
molto piccole in Kurdistan, ma molto attive, e questi volontari
garantiscono una selezione attenta al buon uso dei fondi disponibili.
Senza di loro, la situazione sarebbe incontrollabile.

Caritas Italiana pensa che il gemellaggio attualmente possibile vada
incoraggiato e continuato, pur sapendo che esso va incontro a “una
famiglia” in senso collettivo, almeno in questa fase ancora caotica.
Di fatto il contributo calcolato assiste più di una famiglia, non
sempre la stessa, per i motivi sopracitati. Questo ci sembra più
“sano”, anche se forse meno motivante per il donatore, ma certo più
efficace nell’impatto e più efficiente nello stabilire di volta in
volta l’uso e le necessità da curare.

Grazie e buon impegno!

Silvio Tessari
Ufficio MEDIO ORIENTE
Caritas Italiana