Letture della domenica

-Anno 16°  n. 19 – 5 aprile 2020

                                          DOMENICA DELLE PALME – Anno A-

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Prima Lettura 

Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete.
Dal libro del profeta Ezechièle. Ez 37,12-14
Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.
Parola di Dio 

 

Salmo Responsoriale.    Dal Salmo  21 (22)

R. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!». R.

Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno scavato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa. R.

Si dividono le mie vesti,
sulla mia tunica gettano la sorte.
Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, vieni presto in mio aiuto. R.

Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all’assemblea.
Lodate il Signore, voi suoi fedeli,
gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe,
lo tema tutta la discendenza d’Israele. R.

 

Seconda Lettura

Cristo umiliò se stesso, per questo Dio lo esaltò.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési. Fil 2,6-11
Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.
Parola di Dio

 

Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!(Fil 2,8-9)

Per noi Cristo si è fatto obbediente
fino alla morte e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome.  

Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

Vangelo  

 La passione del Signore.

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Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo. Mt 26,14 -27,66


In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.

Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.

Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea».

Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli.

Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!».

Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».

Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono.

Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire.

I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni». Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto – gli rispose Gesù -; anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo».

Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!». Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?».

Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.

Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato.
Allora Giuda – colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con esse il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato Campo di sangue fino al giorno d’oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore».

Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla.

Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.

Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!».

Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.

Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei».

Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.

Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.

A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

(Qui si genuflette e si fa una breve pausa)

Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.

– Giuseppe prese il corpo di Gesù e lo depose nel suo sepolcro nuovo
Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatèa, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria.

– Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete
Il giorno seguente, quello dopo la Parascève, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: Dopo tre giorni risorgerò. Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: È risorto dai morti. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

Parola del Signore.

 

 

PER APPROFONDIRE

5 aprile 2020

RIVOLGERO’ PIU’ SPESSO LO SGUARDO AL CROCIFISSO

Nel suo messaggio per la Pasqua l’arcivescovo di Milano Mons. Mario Delpini usa questa espressione e fa questa promessa: “Rivolgerò più spesso lo sguardo al Crocifisso e con più intenso pensiero”. Carissimi siamo entrati nella settimana fra tutte le più santa, la settimana santa. Avrei desiderato di viverla in un altro modo e avrei voluto soprattutto festeggiare un’altra Pasqua. Credo che accetterò il consiglio del Vescovo di Milano e guarderò, in questa settimana, più spesso e con più intenso pensiero il Crocifisso che ho sulla scrivania e, quando sarò in Cattedrale, guarderò il grande, prezioso e antico Crocifisso che sta accanto al fonte battesimale.

Lo sguardo sincero e attento al Crocifisso mi dice, prima di tutto, che non pensavo che la morte fosse presente in mezzo a noi e fosse così vicina. Impegnati a fare tante e “importanti” cose pensavamo che il pensiero della morte fosse una “distrazione” che non potevamo permetterci, avevamo tanto da fare, ora invece ci tocca accorgerci che la morte è così vicina e presente in mezzo a noi. Guardare il Crocifisso ci aiuta a rimanere con i piedi per terra, e a non distrarci dalla concretezza della nostra esistenza umana che è mortale.

Non pensavo che fosse così difficile e importante riconoscere la presenza della risurrezione e del Cristo risorto in mezzo a noi. Avevamo dovuto constatare, e lo abbiamo potuto verificare anche nella visita pastorale del nostro Vescovo l’anno scorso, che se proprio non abbiamo allontanato del tutto Dio dalla nostra vita perlomeno non ne sentivamo, con necessità, la sua presenza nella quotidianità, dove invece ci sentivamo autonomi e autosufficienti. Ora per il fatto che anche per fare una visita in Chiesa abbiamo bisogno di una certificazione ci rattrista e ci fa riflettere. Non pensavamo fosse così difficile riconoscere la presenza del Signore che cammina con noi e non pensavamo fosse così attuale in noi la preghiera dei due discepoli di Emmaus da diventare bisogno della nostra invocazione implorante, sommessa e fiduciosa: ”Resta con noi, Signore, perché si è fatto sera…”

Non pesavo che fosse così necessario per la vita cristiana oltre che per la fede celebrare insieme come Comunità. “Andare a Messa”, l’appuntamento della domenica, l’abbiamo sentito come una abitudine facoltativa, visto che per pregare, se uno ne ha desiderio, ogni luogo è buono in quanto il Signore è da per tutto. Eppure ora che la Messa la si può vedere solo per TV o la si può seguire solo in streaming ci fa tristezza e anche rabbia non poter essere presenti fisicamente perché non è la stessa cosa pregare da soli e farlo con la Comunità condividerlo con gli altri, con la gente. Quando questo sentimento e tristezza me l’hanno confidato le persone con le quali ci siamo sentiti per telefono allora mi sono confermato nella convinzione della importanza della Comunità per vivere la vita cristiana, condivisione con la Comunità che tante volte trascuriamo e riteniamo superflua se non fastidiosa. Manca, ma manca soprattutto alla fede del cuore, il non poter partecipare alla Messa e soprattutto il non poter accostarsi alla santa Comunione. Allora si sente quanto sia importante il nutrirsi del Pane dell’Eucaristia quel Pane che è forza e gioia per il nostro pellegrinare nel mondo.

Sì rivolgerò più spesso lo sguardo al Crocifisso e con più intenso pensiero di riconoscenza e di richiesta di aiuto e lo invocherò con fiducia. Chiederò a lui che terminato questo tempo di “reclusione e di paura”, non abbiamo a dimenticare come il pensiero della morte ci faccia essere più attenti a vivere bene facendo il bene, che il Signore Risorto cammina con noi e noi abbiamo bisogno che lui resti non noi sulle strade della vita, e riscoprirò l’importanza della Comunità e mi impegnerò a condividere insieme la fede, la speranza e carità.

 

“Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo

Perché con la tua santa Croce hai redento il mondo”.

don Natale

 

29 marzo 2020

MADONNA DELLA SALUTE PREGA PER NOI PECCATORI, MA FIGLI TUOI

Mentre scrivo il solito pensiero per Canta e Cammina ho davanti a me l’Immagine della nostra Madonna della Salute. La guardo con gratitudine e riconoscenza perché so quanto Ella mi sia stata e mi sia vicina sempre nella mia vita. E mi sento guardato da Lei con la dolcezza e la tenerezza di Madre, con i suoi occhi misericordiosi pieni di compassione e di benevolenza e di affetto. Uno sguardo che so non essere solo per me, ma per tutto il popolo di Concordia, come penso che l’immagine di Lei nelle chiese di Sindacale, Teson, Cavanella e Paludetto e in ogni chiesa del mondo Lei che è Madre abbia lo stesso sguardo pieno di benevolenza e carico di sollecitudine materna per tutti gli uomini suoi figli. In questo tempo particolare desidero rivolgermi a Lei con filiale devozione:

 

“Madre di misericordia, nostra Madonna della Salute

vedi come siamo prostrati nella tristezza e nella angoscia in questi tempi di coronavirus.

Abbiamo sperimentato tante volte nella vita la potenza della tua protezione;

nei momenti di necessità, di pericolo e di paura, infatti,

a chi se no a Te che sei nostra Madre possiamo rivolgerci fiduciosi

e sicuri che mai ci dimentichi e ci abbandoni.

Madre di sicura speranza siamo tutti “reclusi nelle nostre case”,

mentre fuori inizia la primavera e lo facciamo per un atto di carità e di solidarietà verso gli altri e verso noi stessi costretti a fare il solo cammino spirituale in questa strana e triste quaresima mentre ormai intravvediamo avvicinarsi la mèta della Pasqua.

Madre della gioia Tu sola, in quel sabato santo,

hai avuto la forza di sperare contro ogni speranza, in quel giorno di silenzio e di tristezza.

Tu sola hai tenuta accesa la lampada della fede,

Tu sola hai creduto nella Pasqua di risurrezione di tuo Figlio Gesù.

Donaci, Madre tenerissima, di continuare a credere nella Pasqua di Gesù,

mantieni in noi la gioia della risurrezione e la bellezza della vita nuova

in Cristo Gesù morto e risorto per la nostra salvezza.”

 

Madonna dea Saute

No sta lasane mai da soi

Aven bisugna de Ti che te so nostra Mare.

Vardane, ancia se sen cativi, ma sen senpre to fioi

Vardane, che no se piardeni  drio  e cativerie brute

e le lùsigne del mondo.

Vardane, ven bisugna de savèr che Te so co noialtri

ancia in sta bruta roba del coronavirus.

Fa’ che no sol adess, ma sempre se ricuardeni de preate

E de sta cun Ti par sta co ton Fiol Gesù.

Vardene, Madotute bea, fa’ che poden in tal ultin  ciantà,

Fin che non ne scoppia el cuor, l’“Alleluja” dea vita nova

Ciantà tuti insieme la santa Pasqua del Signor.

Madonna dea Saute prea par noi puareti e  peccatori

ma senpre to fioi. Amen

 

don Natale

 

22 marzo 2020 – FESTA DI SAN GIUSEPPE E DI TUTTI I PAPA’

 La festa di S. Giuseppe del 19 marzo è la festa di un santo che nella chiesa ha avuto un posto un po’ defilato, ma seppure in secondo piano, Giuseppe è sempre presente nella famiglia di Nazareth. Nel vangelo Giuseppe non parla mai, per lui parlano i suoi pensieri, i suoi sogni e soprattutto le sue azioni. Poco sappiamo di lui al di fuori di quello che dice il Vangelo, eppure la sua figura è importante e di grande aiuto anche per tutti noi. Il Vangelo dice di lui che era un “uomo giusto” cioè un uomo fedele al Signore e fedele allo spirito della legge.  Così perché fedele allo spirito della legge decide di non denunciare Maria, ma di rompere con lei il fidanzamento in modo che non abbia conseguenze in seguito alla sua “misteriosa” gravidanza. Ma Giuseppe è pronto, come in altre volte, a fare non la sua volontà ma la volontà del Signore e prenderà Maria come sua sposa. Così lui, in fedeltà alla legge, ritornerà a Betlemme suo paese d’origine per il censimento e Gesù nascerà come discendete di Davide nella città di Davide. Sarà in obbedienza al Signore che avvisato in sogno partirà esule in Egitto con Maria e Gesù bambino per sottrarsi alla persecuzione di Erode che vuole la morte di Gesù. Ritornerà in Palestina alla morte di Erode ma si stabilirà a Nazareth dove riprende il suo mestiere di falegname e per 30 anni vive con Maria e Gesù nella più completa normalità senza compiere niente di “divino”. Poi non sappiamo niente dal Vangelo ma la tradizione dice che alla sua morte ebbe il conforto della presenza di Maria e di Gesù e per questo è anche patrono per una buona e santa morte. Ma san Giuseppe è un papà anche se “putativo” (nel senso che è creduto tale ma non lo è) di Gesù e per questo è patrono di tutti i papà.

Vorrei rivolgermi ora a tutti i papà per dire quanto sia importante la loro presenza effettiva nella vita della famiglia. Uno dei benefici e una opportunità che questa “reclusione” forzata in casa ci può donare è quella di avere un po’ più di tempo per stare con la propria famiglia, di recuperare forse tempi di conversazione e di relazione costruttiva con tutti i membri della famiglia. Così come sarà bello recuperare una “presenza” stabile nei confronti dei figli per essere una guida e un “custode” nel senso di “prendersi a cuore” la loro crescita umana e cristiana. Riprendere la gioia di cantare, di giocare e, perché non, anche di pregare insieme in famiglia e avere un papà finalmente “libero” di stare solamente insieme con loro. Mentre auguro a tutti i papà una buona festa di serenità in famiglia posto questa preghiera a San Giuseppe che li aiuti ad essere buoni papà.

 

O caro San Giuseppe, che sapesti vivere in modo esemplare come sposo e come padre, aiutami a compiere i miei doveri verso la famiglia, rifuggendo l’egoismo

ed ogni altro comportamento non degno del mio ruolo e della mia fede.

O caro San Giuseppe, che avesti l’ufficio di custodire Gesù e Maria e di godere della loro presenza, aiutami a esercitare responsabilmente il ruolo di padre e di sposo, affinché possa vedere la mia famiglia crescere nel bene e portare frutti di amore nel mondo.

O San Giuseppe, povero di beni materiali ma ricco davanti a Dio,

fa’ ch’io non diventi schiavo delle cose terrene, del successo e del denaro.

Rendimi generoso e attento alle necessità degli altri.

O mio caro San Giuseppe, che fosti guida del piccolo Gesù, insegnami a dare una giusta educazione ai miei figli.  Che io sappia suggerire loro pensieri limpidi, aspirazioni generose, fede operosa. E se mi sarà difficile parlare loro dei grandi problemi della vita, non mi sia gravoso offrire la testimonianza del mio esempio di padre cristiano. Questo ed ogni altra grazia ti chiedo in nome della Vergine Maria, tua sposa.

Amen.

don Natale

 

15 marzo 2020 – IN TEMPO DI CORONAVIRUS, RIMANIAMO A CASA

 Carissimi fratelli e sorelle di Concordia, Teson e Sindacale, scriviamo per dirvi che, come voi, anche noi sacerdoti e suore condividiamo con sofferenza le limitazioni che le istituzioni civili ci hanno consegnato, resi ora ancora più stringenti nelle ultime decisioni. Sentiamo con voi il peso e la tristezza di questi limiti, in modo particolare sentiamo con grande amarezza la impossibilità di condividere con le comunità la celebrazione della s. Messa. Il Signore però non ci abbandona, e anche noi ripetiamo come Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” e l’invito dei due discepoli di Emmaus: «Resta con noi, Signore, perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Infatti se non possiamo, per un periodo nutrirci del Pane di Gesù nell’Eucaristia, possiamo sempre però nutrici del Pane della sua Parola. L’invito è a recuperare la famiglia come piccola chiesa domestica sapendo trovare spazi per una preghiera insieme e tempo per condividere un dialogo tra i vari componenti della famiglia stessa e, tramite il telefono e i mezzi di comunicazione, farci presenti con una attenzione di solidarietà e di vicinanza al prossimo.  Il rispetto delle indicazioni degli specialisti del governo, anche se possono sembrarci o troppo rigide o contradittorie, sono un atto di carità verso gli altri e verso noi stessi e quindi aiutiamoci a rispettarle restando a casa. Cercheremo di tenere aperte le nostre chiese per una preghiera personale e per una sosta di affidamento al Signore.

Non dimentichiamo di volgere il nostro sguardo fiducioso alla Vergine Maria nostra Madre e Madonna della Salute e a tutti i nostri Santi protettori e invocarli per chiedere la loro potente intercessione. La Quaresima è sempre cammino che ci porta alla Pasqua, esodo che attraverso il deserto di purificazione, di solitudine e di sobrietà ci porta alla gioia pasquale. Abbiamo, nelle fede, la certezza che anche questa faticosa Quaresima del 2020 ci porterà, rimanendo uniti nella solidarietà e nella preghiera, alla Pasqua di risurrezione e di vita nuova. Nel segno di una vicinanza e di una comune condivisione guardiamo avanti carissimi e vi salutiamo con cordialità e nel ricordo al Signore.  Pregate per noi come noi non mancheremo di pregare per tutti voi.

Papa Francesco affida il mondo alla protezione della Madre di Dio:

O Maria, tu risplendi sempre nel nostro cammino
come segno di salvezza e di speranza.
Noi ci affidiamo a te, Salute dei malati,
che presso la croce sei stata associata al dolore di Gesù, mantenendo ferma la tua fede.
Tu sai di che cosa abbiamo bisogno e siamo certi che provvederai
perché, come a Cana di Galilea,
possa tornare la gioia e la festa dopo questo momento di prova.
Aiutaci, Madonna della Salute ,
a conformarci al volere del Padre e a fare ciò che ci dirà Gesù,
che ha preso su di sé le nostre sofferenze
e si è caricato dei nostri dolori per condurci, attraverso la croce,
alla gioia della risurrezione. Amen.

Sotto la Tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio.
Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova,
e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta.

don Natale, don Enrico, don Federico,

don Sergio, diacono don Daniele e le suore della Provvidenza.

 

 

8 marzo 2020 – FAMIGLIA: PICCOLA CHIESA DOMESTICA

 La definizione di famiglia piccola chiesa domestica è del Concilio Vaticano II. “La famiglia credente fondata sul sacramento del matrimonio è una piccola chiesa domestica dove gli sposi sono i ministri”. Sono infatti gli sposi che benedicono con la loro presenza la dimora dove abitano rendendo la loro casa luogo dove abita il Signore. Ripensavo a questa bella intuizione e affermazione del Concilio quando in questo tempo siamo costretti a vivere, tra le altre cose, il nostro incontro con il Signore in casa, non potendo partecipare con la comunità alle celebrazioni in chiesa a causa delle limitazioni per il coronavirus. Mi dicevo e se approfittassimo di questo tempo forzato di quarantena per ritrovare la gioia di vivere la famiglia come piccola chiesa domestica? Chi, come me, ha una certa età ricorderà di aver vissuto tempi in cui la preghiera era più presente di oggi in famiglia. Ricordo un film sulla vita di Papa Giovanni con l’immagine di Zio Zaverio che al piccolo Angelo leggeva con voce tonante, prima di dormire, alcuni passi della Bibbia. Ricordo quando nelle stalle ma anche attorno al “fogher” di casa, dopo cena, veniva recitato il santo Rosario. Ricordo che quando suonava la campana di mezzogiorno, specialmente se si era nei campi, ci si fermava per farsi il segno della croce e alla sera quando suonava “l’Ave Maria” si diceva un “’eterno riposo per i morti”. Così come ricordo con un po’ di impressione, per noi bambini, la preghiera con la salma del defunto in casa perchè come suo desiderio aveva chiesto di morire sul suo letto e a casa sua. Oggi siamo più facilitati perché, e per sapere bene gli orari basta rivolgerci agli anziani, a varie ore del giorno e anche della notte la Televisione o la Radio tramettono celebrazioni religiose, momenti di preghiera in modo particolare la s. Messa e il s. Rosario. E’ un servizio molto utile che è motivo di conforto specialmente per gli anziani e i malati che hanno difficoltà a uscire di casa. So che alcuni anziani staccano il telefono o diffidano dal telefonare o da andare a trovarli in certi orari perché non vogliono essere disturbati durante questi momenti di celebrazioni e di preghiera. Anche in Cattedrale abbiamo la possibilità di trasmettere via etere le celebrazioni che vengono lì celebrate in streaming (www. cattedraleconcordia.itchiedere ai nipoti per collegarsi). I nostri Vescovi  poi ci hanno invitato a recuperare e vivere la dimensione di chiesa domestica della famiglia suggerendo di:

  • Riservare un tempo per la preghiera insieme in famiglia
  • Aprire il Vangelo o la Bibbia per leggere un brano (magari seguendo i testi che la liturgia propone per i giorni di quaresima)
  • Leggere qualche buon libro o qualche rivista di informazione e riflessione di carattere religioso-umano
  • Riprendere, con un po’ più di calma, adesso che i figli sono a casa da scuola, un dialogo e un confronto con loro in famiglia.

Insomma non “sprecare” questo tempo di sofferenza perché: “Non tutto il male viene per nuocere”. Mentre vi esprimo solidarietà, partecipazione e affetto per le limitazioni che questi tempi ci impongono, chiedo di rimanere uniti nella preghiera e nella solidarietà fraterna. Se la prudenza ci chiede di evitare i contatti diretti con le persone abbiamo sempre il telefono che ci permette di farci presenti alle persone per un saluto, un buon giorno, per chiedere se hanno qualche necessità o solo per fare due parole in amicizia evitando però chiacchere di pettegolezzo.

 

Santa Maria Vergine della Salute, nostri Santi Martiri Concordiesi

accompagnatici con la vostra protezione

in questo tempo di sofferenza per il contagio. Amen.

don Natale

 

1 marzo 2020 –  LE CENERI E IL CORONAVIRUS

 Due termini ci hanno accompagna in questi strani giorni: la quarantena per i malati del Coronavirus e le ceneri per l’inizio della Quaresima. Quarantena deriva il suo termine dal numero 40, che era il numero dei giorni di segregazione che dovevano fare le persone che erano affette da malattie per evitarne il contagio. Poi il termine si è esteso a significare un periodo di segregazione obbligatoria per evitare la diffusione della malattia. Quaresima, invece, indica il tempo di 40 giorni per giungere alla Pasqua, è un cammino che segue quello di Gesù che si ritirò per 40 giorni nel deserto a pregare e digiunare, un tempo dunque di preparazione di vita cristiana da vivere secondo la Parola di Dio e nella carità fraterna. Papa Francesco nell’omelia del Mercoledì delle Ceneri, ha impostato la riflessione sul gesto dell’imposizione delle ceneri e sulle parole che l’accompagnano: «Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai». Ne riprendo alcuni passaggi come spunto per la nostra riflessione.

Dalla polvere alla vita. «La polvere sul capo ci ricorda che veniamo dalla terra e che in terra torneremo. Siamo cioè deboli, fragili, mortali. Siamo polvere nell’universo. Ma siamo la polvere amata da Dio. Il Signore ha amato raccogliere la nostra polvere tra le mani e soffiarvi il suo alito di vita. Così siamo polvere preziosa, destinata a vivere per sempre. Siamo la terra su cui Dio ha riversato il suo cielo, la polvere che contiene i suoi sogni. Siamo la speranza di Dio, il suo tesoro, la sua gloria. La cenere ci ricorda così il percorso della nostra esistenza: dalla polvere alla vita. Siamo polvere, terra, argilla, ma se ci lasciamo plasmare dalle mani di Dio diventiamo una meraviglia. Eppure spesso, soprattutto nelle difficoltà e nella solitudine, vediamo solo la nostra polvere! Ma il Signore ci incoraggia: il poco che siamo ha un valore infinito ai suoi occhi. Coraggio, siamo nati per essere amati, siamo nati per essere figli di Dio.»

Bello questo richiamo, ricco di grande umanità e di alta spiritualità. Si è vero siamo polvere, ma per opera di Dio siamo meraviglia del creato. Anche di fronte al coronavirus non dobbiamo lasciarci andare a paure esagerate e a isterismi, anche se questo momento ci ha messi con più evidenza davanti alla fragilità della nostra natura umana, basta infatti un virus a farla tremare.

Dalla vita alla polvere. «Una domanda può scenderci dalla testa al cuore: “Io, per che cosa vivo?”. Se vivo per le cose del mondo che passano, torno alla polvere, rinnego quello che Dio ha fatto in me. Se vivo solo per portare a casa un po’ di soldi e divertirmi, per cercare un po’ di prestigio, fare un po’ di carriera, vivo di polvere. Se giudico male la vita solo perché non sono tenuto in sufficiente considerazione o non ricevo dagli altri quello che credo di meritare, resto ancora a guardare la polvere. Non siamo al mondo per questo. Valiamo molto di più, viviamo per molto di più: per realizzare il sogno di Dio, per amare. La cenere si posa sulle nostre teste perché nei cuori si accenda il fuoco dell’amore. Perché siamo cittadini del cielo e l’amore a Dio e al prossimo è il passaporto per il cielo, è il nostro passaporto. I beni terreni che possediamo non ci serviranno, sono polvere che svanisce, ma l’amore che doniamo – in famiglia, al lavoro, nella Chiesa, nel mondo – ci salverà, resterà per sempre. Guardiamoci dentro, nel cuore: quante volte soffochiamo il fuoco di Dio con la cenere dell’ipocrisia! L’ipocrisia: è la sporcizia che Gesù chiede di rimuovere. Infatti, il Signore non dice solo di compiere opere di carità, di pregare e di digiunare, ma di fare tutto questo senza finzioni, senza doppiezze, senza ipocrisia.» 

Abbiamo bisogno di pulizia dalla polvere che si deposita sul cuore. Cosa fare dunque? Lasciamoci amare da Dio per amare. Lasciamoci rialzare, per camminare verso la meta, la Pasqua. Avremo la gioia di scoprire che Dio ci risuscita dalle nostre ceneri.

Signor, bisogna che se ricuardeni che sen polvera, ma polvera che Ti te a salvat co a to Crose, fa che scuminsien a ciaminà drio de Ti per imparà da Ti a volerse ben tra noialtri e a aiutà chi che l’ha di bisugna e a preà par tuti.

Madonute sante iutene Ti a prepararse benon alla Pasqua in sta santa quaresima.

don Natale

 

23 febbraio 2020 –MERCOLEDI’ DELLE CENERI E FESTA DELLA RENGA

 Mercoledì 26 febbraio è il Mercoledì delle Ceneri e segna l’inizio della Quaresima. La liturgia ci ricorda che la Quaresima è il tempo propizio di 40 giorni per prepararci a vivere con gioia la Pasqua di risurrezione e di vita. Il primo giorno di Quaresima è caratterizzato dalla celebrazione in cui viene imposto sul capo dei cristiani un pizzico di cenere come segno di un impegno a intraprendere il cammino di conversione attraverso la fedeltà al vangelo. “Convertitevi e credete al vangelo” così invita il sacerdote mentre mette il pizzico di cenere sulla testa del fedele. Sempre questo giorno è uno dei due giorni (l’altro è il Venerdì Santo) in cui la Chiesa chiede al cristiano il segno del digiuno e l’astensione dalle carni o un qualche altro atto di privazione o di penitenza.

Da tanto tempo al primo giorno di Quaresima era associata anche un’usanza particolare che era quella di mangiare la renga (nome popolare per chiamare l’aringa pesce di provenienza atlantica) pesce che era più facile conservare perché salato mancando i frigoriferi. Era un pasto da poveri tanto che i vecchi raccontano (forse anche caricandolo con un po’ di fantasia) che c’erano famiglie così povere la una sola renga era appesa con un filo sopra la tavola da pranzo e serviva da pasto a tutti i numerosi commensali che a turno l’attingevano con la fetta della polenta per avere l’illusione di mangiare qualcosa di nutriente, ma era solo il sapore del sale e qualche vago profumo di pesce che essi mangiavano e così si riempivano la pancia con quel gusto. Quello sì era veramente un giorno di digiuno e di magro. Oggi però il primo giorno di quaresima è sostituito dalla festa della renga, che non è più appesa al filo sopra la tavola, ma è una delle tante portate preceduta, seguita e accompagnata da altre portate che non richiamano certamente una parca e frugale cena del digiuno. Si dice tanto che bisogna salvaguardare i segni della presenza cristiana, ma poi vengono così facilmente superati e annullati senza tanto rispetto.

Ma ritorniamo al richiamo per i cristiani dell’inizio e della Quaresima nei suoi 40 giorni. La nostra Unità Pastorale propone sia ai bambini, ragazzi e giovani sia agli adulti una serie di proposte che possono aiutare a vivere “sfruttando” al meglio questo tempo favorevole per la nostra salvezza. Per le comunità ricordiamo i martedì di quaresima (stazioni quaresimali) che si turnano nelle varie chiese dell’Unità Pastorale con la solita formula: adorazione, lettura e commento di un passo del Vangelo da parte di don Federico, tempo di silenzio con la possibilità della confessione individuale, compieta e benedizione eucaristica. Ricordiamo i venerdì di quaresima con la Via Crucis secondo i vari orari. La Chiesa suggerisce con la cassetta “Un pane per amore di Dio” di esprimere la solidarietà e la condivisione con i fratelli che sono nel bisogno. Personalmente o in famiglia è consigliata la lettura di un brano del Vangelo accompagnato da un momento di preghiera.  

La voce di un monaco e vescovo di Mosul: “Gli abitanti di Nìnive fecero un digiuno puro quando Giona predicò loro la conversione. Sta scritto infatti: «Dio vide non il digiuno da pane e da acqua, con il sacco e la cenere» ma: «Che si erano convertiti dalla loro condotta malvagia».  Questo fu un digiuno puro, e fu accetto…

QUESTO VALE ANCHE PER NOI, BUONA QUARESIMA!

 don Natale

 

 

16 febbraio 2020 –  SANTI MARTIRI DI CONCORDIA

 Fin da piccolo, quando in casa si parlava dei Ss. Martiri, lo si faceva certo con grande rispetto, ma anche con affetto come si parla di persone di famiglia, quasi di parenti prossimi. Ricordo che un tempo quando si entrava in Cattedrale non si usciva senza passare prima a salutare i Ss. Martiri ci dicevano: “Nden a saludà i santi Martiri e a disi na preghiera che i ne aiuti e che i ne stia sempre visin aa nostra fameia e a tutti quanti”. Poi, e questa era la cosa che da piccoli più ci interessava, si accendeva una candelina e il bello era che la monetina si buttava direttamente dentro al sacello dei Martiri, ed era bello sentire il tintinnio della monetina sul pavimento di marmo.

Per curiosità mi sforzavo di vedere cosa c’era dentro all’urna dei Martiri che sta sotto il pavimento, ma non era facile scorgere le ossa che miracolosamente avevano trasudato quell’acqua miracolosa ben raffigurata nella tela sopra l’altare. Ricordo ancora che da grandicello, quando ero chierichetto, più volte mi era capitato di servir messa a qualche prete di passaggio che chiedeva di celebrare la santa messa sull’altare dei Martiri. Mi viene ora da fare una riflessione e mi chiedo c’è anche nuove generazioni l’affetto e la devozione verso i Ss. Martiri come un tempo? E chiedo ai nonni in particolare di voler trasmettere quello spirito di famigliarità e di vicinanza verso questi nostri concittadini che hanno saputo dare la propria vita per testimoniare la loro fede nel Signore e in fedeltà al vangelo di Gesù.

Il 17 febbraio 2018 la cappella dei Ss. Martiri è divenuto santuario diocesano della Testimonianza e ora una targa che sarà benedetta dal Vescovo lunedì 17 febbraio indicherà anche dall’esterno della Cattedrale la cappella dei Martiri come santuario diocesano. Sarebbe un po’ triste che visitatori e pellegrini vengano a pregare nel santuario dei Martiri e noi concordiesi ce ne dimenticassimo e trascurassimo la devozione che dal lontano 304, anno del loro martirio, è stata trasmessa fino a noi.

I tempi che stiamo vivendo ci ricordano poi, da una parte,  come nel mondo oggi tanti sono ancora i cristiani che subiscono persecuzioni e ancora la chiesa cattolica deve annoverare martiri che  ai nostri giorni subiscono il martirio di sangue, ma anche il martirio della emarginazione  sociale, dell’esclusione dalla vita attiva e vengono sempre più messi ai bordi delle società oppure costretti a emigrare per scappare da territori che furono i primi ad accogliere il cristianesimo fin dal suo  inizio. Dall’altra parte, i Martiri Concordiesi, ricordano a noi cristiani di oggi la forza e il coraggio della testimonianza cristiana in un tempo in cui sempre più si spopolano le nostre chiese e la vita cristiana fa fatica ad essere proposta di un modo bello e gioioso di vivere. La preghiera di intercessione ai Santi Martiri possa risuonare ancora forte e allegra sull’aria del glorioso inno ai Martiri che dice: “L’inno al presente secolo risuoni ancor così come suonò sul Lemene nel vostro ultimo dì…”.

Santi Martiri di Concordia, voi che avete, sull’esempio e nella sequela di Cristo, testimoniato con il dono della vita la fede in Lui, aiutateci perché anche noi possiamo essere testimoni non solo credenti ma anche credibili della bellezza e della gioia del Vangelo in mezzo al mondo di oggi.

don Natale

 

 

9 febbraio 2020 – PELLEGRINI, NON TURISTI

 Tra le varie iniziative del cammino della vita pastorale dell’Unità Pastorale Concordiese quest’anno c’è anche la proposta di tre pellegrinaggi. Il pellegrinaggio è un tipo di percorso spirituale che, attraverso l’incontro con altre realtà e luoghi significativi, accoglie e sperimenta sentimenti, emozioni, riflessioni che alimentano lo spirito e portano verso un cambiamento e una conversione. il pellegrino non è né un vagabondo né un turista, ma una persona che si mette in viaggio avendo una meta dove arrivare e da dove ripartire avendo raccolto il positivo che l’aiuta a vivere nel bene attraverso l’esperienza dell’incontro vissuto. Così dal pellegrinaggio, se è vero, non si ritorna mai come si è partiti, ma arricchiti di quello che abbiamo vissuto. Ecco i tre pellegrinaggi che abbiamo scandito sulle tre virtù teologali.

  1. Il pellegrinaggio della speranza.

E’ il pellegrinaggio alla Madonna di Medjugorje.

Maria è la Madonna della speranza Lei infatti ci guida verso il Figlio suo Gesù che nella sua morte e risurrezione è la vera fonte della nostra speranza. Papa Francesco ha richiamato all’ importante servizio che può avere il pellegrinaggio in questo sperduto paese della Bosnia-Erzegovina per la riscoperta del sacramento della confessione e per l’adorazione eucaristica accompagnati dalla materna sollecitudine di Maria nostra Mamma celeste.

  1. Il pellegrinaggio della carità.

E’ il pellegrinaggio in Romania.

La nostra comunità missionaria ha un legame con la Romania che si fonda sulla solidarietà e sulla carità fraterna. Papa Francesco ha affermato con forza: “Non basta donare, bisogna guardare negli occhi e toccare con mano la “carne” del fratello”. Abbiamo così pensato di vivere questo viaggio in Romania come un vero pellegrinaggio della carità per veder e “toccare” la reale situazione di questi nostri fratelli. Ci guideranno i sacerdoti e le suore che sono punti di riferimento nostro in Romania. L’invito è rivolto agli “operai” del Gruppo Missioni-Caritas, ma anche ai loro famigliari e a coloro che vorranno condividere la gioia di questo servizio della solidarietà.

  1. Il pellegrinaggio della fede.

E’ il pellegrinaggio in Armenia.

L’Armenia è il primo paese che si è convertito al cristianesimo. Poi le vicende storiche lo hanno separato dalla storia dei cristiani cattolici, per cui ora essi sono cristiani separati (il termine giusto è “scismatici”) ma conservano la unica fede del Signore e i sacramenti; solo non hanno avuto la possibilità di partecipare ai Concili Ecumenici e per questo non sono in comunione con la Chiesa cattolica, anche se tra le due chiese c’è un forte legame ecumenico. Il popolo armeno ha poi subito un gande genocidio 100 anni fa’, che ha fatto del popolo armeno un popolo perseguitato per la loro fede cristiana, dei martiri dei nostri giorni che tuttavia hanno conservato la fede, perché come dice Tertulliano: “ll Sangue dei martiri è seme dei cristiani”. La visita a questa nazione e a questo popolo sarà sprone e impegno a vivere la nostra fede con coraggio e con coerenza.

Per ulteriori informazioni passare in canonica al mattino. I posti sono assegnati secondo la precedenza dell’iscrizione. Per il pellegrinaggio in Armenia c’è bisogno del passaporto e il pellegrinaggio si farà solo se si raggiuge il numero di almeno 35 partecipanti.

don Natale

 

 

2 febbraio 2020 –   CANDELORA

Con il termine Candelora si indica la festa del 2 febbraio, festa della Presentazione di Gesù al Tempio. Il nome viene dal fatto che in questo giorno venivano benedette le candele, che sarebbero poi servite ad illuminare le celebrazioni di tutto l’anno. La pietà popolare aveva poi aggiunto anche la benedizione di altre candele (candele della siriola o ceriola), da portare a casa per accenderle quando era in corso un temporale, perché non succedessero disgrazie, o accese nelle camere dei malati perché ci fosse una luce soffusa e, naturalmente, perché per l’intercessione della Madonna giungesse la guarigione o il malato fosse confortato dalla presenza della Beata Vergine e dei Santi nella sua situazione di sofferenza e di dolore.

Nella chiesa poi il simbolo della luce, che richiama direttamente Gesù, vera luce del mondo, è stato preso come modello dagli ordini religiosi e in questa giornata rinnovano personalmente i loro impegni di vita religiosa. Cogliamo l’occasione per dire una preghiera e dire un grazie grande alle nostre suore per il servizio importante che svolgono tra noi. Sarebbe bello che anche ciascuno di noi, nei vari ruoli che rivestiamo nella nostra vita, ci affidassimo, in questa festa, alla Madonna e offrissimo la nostra disponibilità a servire nel bene i fratelli e ci impegnassimo ad essere nella nostra realtà quotidiana portatori della luce della fede del Signore Gesù, nel nostro ambiente di vita in famiglia come fuori. Nella semplicità e nella saggezza popolare contadina poi questo giorno faceva punto di riferimento per le previsioni metereologiche della stagione, c’era infatti il detto: “Per la Candelora dell’inverno semo fora, ma se piove e tira vento dell’inverno semo dentro”, con qualche altra variante.

Ho letto recentemente che nella tradizione della Chiesa etiope c’è questo bello e suggestivo richiamo a questa antica festa. Si racconta che, per scappare dal Re Erode, che voleva uccidere il Bambino Gesù, Maria e Giuseppe sono scesi fino in Etiopia e Gesù, grato per l’accoglienza e la protezione ottenuta, da questo popolo avesse messo il paese sotto la diretta protezione della Mamma sua Maria chiamando l’Etiopia: “Resta Maryamche significa “Terra feudo o proprietà di Maria”, così Maria avrebbe protetto l’Etiopia e avrebbe chiesto al Figlio suo Gesù che fosse donata la salvezza al popolo etiope e in cambio il popolo si incaricava a edificare chiese in onore della Madonna e soprattutto si impegnava, così è scritto:” Vestire gli ignudi, visitare i malati, dare cibo agli affamanti e da bere agli assettati, consolare gli afflitti e rallegrare i tristi”. Per ricordare questo impegno e questo dono nella Chiesa etiope c’è ogni mese una festa che si chiama Kidana Mehratche tradotta significa: “il patto di misericordia”, tra Gesù, la Vergine Maria e il popolo etiope.

Guardando le tante feste con cui il popolo concordiese onora la presenza della Madonna durante l’anno possiamo anche noi chiedere che Concordia sia “Terra di proprietà di Maria”.

Così accogliamo la sua presenza materna tra di noi Così invochiamola nelle nostre giornate.

Così chiediamo la sua intercessione.

Così Maria rimanga a difesa della fede e della vita cristiana Così ottenga il Figlio suo la Misericordia e il perdono.

Così faccia risplendere la luce della carità in mezzo a noi.

Così ricorriamo a Te, Madre di bontà e di tenerezza, o Clemente o Pia o dolce Vergine Maria.

don Natale