Letture della domenica

-Anno 14°  n. 43- 23 settembre 2018
XXV  Domenica del Tempo Ordinario -Anno B-

 

 

Accogliere Dio in un bambino.
Gesù mette i dodici, e noi con loro, sotto il giudizio di quel
limpidissimo e stravolgente pensiero: chi vuol essere il
primo sia l’ultimo e il servo di tutti. Offre di se stesso tre
definizioni, una più contromano dell’altra: ultimo, servitore,
bambino. Chi è il più grande? Di questo avevano discusso
lungo la via. Gesù non rimprovera i suoi, non li giudica, non
li accusa, pensa invece ad una strategia per educarli ancora.
E lo fa con un gesto inedito: un abbraccio a un bambino.
Gesù mette al centro non se stesso, ma il più inerme e disarmato, il più indifeso
e senza diritti, il più debole, il più amato, un bambino. Se non diventerete come
bambini… Gesù ci disarma: cosa sa un bambino? La tenerezza degli abbracci,
l’emozione delle corse, il vento sul viso… Non sa di filosofia né di leggi. Ma
conosce come nessuno la fiducia, e si affida… E Gesù aggiunge: Chi lo accoglie,
accoglie me! Fa’ un passo avanti, enorme e stupefacente: indica il bambino come
sua immagine. Dio come un bambino! Vertigine del pensiero. Il Re dei re, il
Creatore, l’Eterno in un bambino? A chi è come un bambino appartiene il regno
di Dio. I bambini non sono più buoni degli adulti, sono anche egocentrici,
impulsivi e istintivi, a volte persino spietati, ma sono maestri nell’arte della
fiducia e dello stupore. Il bambino porta la festa nel quotidiano, è pronto ad
aprire la bocca in un sorriso quando ancora non ha smesso di asciugarsi le
lacrime. Nessuno ama la vita più appassionatamente di un bambino.

 

LITURGIA DELLA PAROLA   

Prima Lettura  

Condanniamo il giusto a una morte infamante.

Dal libro della Sapienza. Sap 2,12.17-20
[Dissero gli empi:]
«Tendiamo insidie al giusto,
che per noi è d’incomodo
e si oppone alle nostre azioni;
ci rimprovera le colpe contro la legge
e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta.
Vediamo se le sue parole sono vere,
consideriamo ciò che gli accadrà alla fine.
Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto
e lo libererà dalle mani dei suoi avversari.
Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti,
per conoscere la sua mitezza
e saggiare il suo spirito di sopportazione.
Condanniamolo a una morte infamante,
perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà».
Parola di Dio

 

Salmo Responsoriale.  Dal Salmo 53 (54)

R. Il Signore sostiene la mia vita.

Dio, per il tuo nome salvami,
per la tua potenza rendimi giustizia.
Dio, ascolta la mia preghiera,
porgi l’orecchio alle parole della mia bocca. R.

Poiché stranieri contro di me sono insorti
e prepotenti insidiano la mia vita;
non pongono Dio davanti ai loro occhi. R.

Ecco, Dio è il mio aiuto,
il Signore sostiene la mia vita.
Ti offrirò un sacrificio spontaneo,
loderò il tuo nome, Signore, perché è buono. R.

Seconda Lettura 

Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia.

Dalla lettera di san Giacomo apostolo. Gc 3,16-4,3
Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia.
Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.
Parola di Dio

 

Canto al Vangelo  (Cfr. 2Ts 2,14)

Alleluia, alleluia.

Dio ci ha chiamati mediante il Vangelo, per entrare in possesso
della gloria del Signore nostro Gesù Cristo.

Alleluia.

 

Vangelo

Il Figlio dell’uomo viene consegnato…

 

 

 

 

 

 

 

Dal Vangelo secondo Marco. Mc 9,30-37

 

Dal Vangelo secondo Marco.  Mc 9,30-37

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.

Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».

E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Parola del Signore

 

PER APPROFONDIRE

Catechesi di Papa Francesco.   LA SANTA MESSA

– 14. LITURGIA EUCATRISTICA: IV. LA COMUNIONE
Continuiamo con la Catechesi sulla Santa Messa.
La celebrazione della Messa, di cui stiamo percorrendo i vari momenti, è ordinata
alla Comunione, cioè a unirci con Gesù. […] Celebriamo l’Eucaristia per nutrirci di Cristo,
che ci dona sé stesso sia nella Parola sia nel Sacramento dell’altare, per conformarci a Lui.
Lo dice il Signore stesso: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io
in lui» (Gv 6,56). Infatti, il gesto di Gesù che diede ai discepoli il suo Corpo e Sangue
nell’ultima Cena, continua ancora oggi attraverso il ministero del sacerdote e del diacono,
ministri ordinari della distribuzione ai fratelli del Pane della vita e del Calice della
salvezza.
Nella Messa, dopo aver spezzato il Pane consacrato, cioè il corpo di Gesù, il
sacerdote lo mostra ai fedeli, invitandoli a partecipare al convito eucaristico. Conosciamo
le parole che risuonano dal santo altare: «Beati gli invitati alla Cena del Signore: ecco
l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo». Ispirato a un passo dell’Apocalisse –
«beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello» (Ap 19,9): dice “nozze” perché Gesù
è lo sposo della Chiesa – questo invito ci chiama a sperimentare l’intima unione con Cristo,
fonte di gioia e di santità. E’ un invito che rallegra e insieme spinge a un esame di
coscienza illuminato dalla fede. Se da una parte, infatti, vediamo la distanza che ci separa
dalla santità di Cristo, dall’altra crediamo che il suo Sangue viene «sparso per la
remissione dei peccati». Tutti noi siamo stati perdonati nel battesimo, e tutti noi siamo
perdonati o saremo perdonati ogni volta che ci accostiamo al sacramento della penitenza.
E non dimenticate: Gesù perdona sempre. Gesù non si stanca di perdonare. Siamo noi a
stancarci di chiedere perdono. Proprio pensando al valore salvifico di questo Sangue,
sant’Ambrogio esclama: «Io che pecco sempre, devo sempre disporre della medicina» (De
sacramentis, 4, 28: PL 16, 446A). In questa fede, anche noi volgiamo lo sguardo all’Agnello
di Dio che toglie i peccati del mondo e lo invochiamo: «O Signore, non sono degno di
partecipare alla tua mensa: ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato». Questo lo diciamo
in ogni Messa.
Se siamo noi a muoverci in processione per fare la Comunione, noi andiamo verso
l’altare in processione a fare la comunione, in realtà è Cristo che ci viene incontro per
assimilarci a sé. C’è un incontro con Gesù! Nutrirsi dell’Eucaristia significa lasciarsi
mutare in quanto riceviamo. Ci aiuta sant’Agostino a comprenderlo, quando racconta
della luce ricevuta nel sentirsi dire da Cristo: «Io sono il cibo dei grandi. Cresci, e mi
mangerai. E non sarai tu a trasformarmi in te, come il cibo della tua carne; ma tu verrai
trasformato in me» (Confessioni VII, 10, 16: PL 32, 742). Ogni volta che noi facciamo la
comunione, assomigliamo di più a Gesù, ci trasformiamo di più in Gesù. Come il pane e il
vino sono convertiti nel Corpo e Sangue del Signore, così quanti li ricevono con fede sono
trasformati in Eucaristia vivente. Al sacerdote che, distribuendo l’Eucaristia, ti dice: «Il
Corpo di Cristo», tu rispondi: «Amen», ossia riconosci la grazia e l’impegno che comporta
diventare Corpo di Cristo. Perché quando tu ricevi l’Eucaristia diventi corpo di Cristo. E’
bello, questo; è molto bello. Mentre ci unisce a Cristo, strappandoci dai nostri egoismi, la
Comunione ci apre ed unisce a tutti coloro che sono una sola cosa in Lui. Ecco il prodigio
della Comunione: diventiamo ciò che riceviamo! […]
Dopo la Comunione, a custodire in cuore il dono ricevuto ci aiuta il silenzio, la
preghiera silenziosa. Allungare un po’ quel momento di silenzio, parlando con Gesù nel
cuore ci aiuta tanto, come pure cantare un salmo o un inno di lode (cfr OGMR, 88) che ci
aiuti a essere con il Signore.
La Liturgia eucaristica è conclusa dall’orazione dopo la Comunione. In essa, a
nome di tutti, il sacerdote si rivolge a Dio per ringraziarlo di averci resi suoi commensali e
chiedere che quanto ricevuto trasformi la nostra vita. L’Eucaristia ci fa forti per dare frutti
di buone opere per vivere come cristiani. […] Accostiamoci all’Eucaristia: ricevere Gesù
che ci trasforma in Lui, ci fa più forti. E’ tanto buono e tanto grande il Signore!

 

 

Catechesi di Papa Francesco.  LA SANTA MESSA

– 13. LITURGIA EUCATRISTICA: III. PADRE NOSTRO e FRAZIONE DEL PANE 

Seconda parte
Continuiamo con la Catechesi sulla Santa Messa.
Quanto chiediamo nel “Padre nostro” viene prolungato dalla preghiera del sacerdote che, a nome di tutti, supplica: «Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni». E poi riceve una sorta di sigillo nel rito della pace: per prima cosa si invoca da Cristo che il dono della sua pace (cfr Gv 14,27) – così diversa dalla pace del mondo – faccia crescere la Chiesa nell’unità e nella pace, secondo la sua volontà; quindi, con il gesto concreto scambiato tra noi, esprimiamo «la comunione ecclesiale e l’amore vicendevole, prima di comunicare al Sacramento» (OGMR, 82). Nel Rito romano lo scambio del segno di pace, posto fin dall’antichità prima della Comunione, è ordinato alla Comunione eucaristica. Secondo l’ammonimento di san Paolo, non è possibile comunicare all’unico Pane che ci rende un solo Corpo in Cristo, senza riconoscersi pacificati dall’amore fraterno (cfr 1 Cor 10,16-17; 11,29). La pace di Cristo non può radicarsi in un cuore incapace di vivere la fraternità e di ricomporla dopo averla ferita. La pace la dà il Signore: Egli ci dà la grazia di perdonare coloro che ci hanno offeso.
Il gesto della pace è seguito dalla frazione del Pane, che fin dal tempo apostolico ha dato il nome all’intera celebrazione dell’Eucaristia (cfr OGMR, 83; Catechismo della Chiesa Cattolica, 1329). Compiuto da Gesù durante l’Ultima Cena, lo spezzare il Pane è il gesto rivelatore che ha permesso ai discepoli di riconoscerlo dopo la sua risurrezione. Ricordiamo i discepoli di Emmaus, i quali, parlando dell’incontro con il Risorto, raccontano «come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane» (cfr Lc 24,30-31.35).
La frazione del Pane eucaristico è accompagnata dall’invocazione dell’«Agnello di Dio», figura con cui Giovanni Battista ha indicato in Gesù «colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). L’immagine biblica dell’agnello parla della redenzione (cfr Es12,1-14; Is 53,7; 1 Pt 1,19; Ap 7,14). Nel Pane eucaristico, spezzato per la vita del mondo, l’assemblea orante riconosce il vero Agnello di Dio, cioè il Cristo Redentore, e lo supplica: «Abbi pietà di noi … dona a noi la pace».
«Abbi pietà di noi», «dona a noi la pace» sono invocazioni che, dalla preghiera del “Padre nostro” alla frazione del Pane, ci aiutano a disporre l’animo a partecipare al convito eucaristico, fonte di comunione con Dio e con i fratelli.
Non dimentichiamo la grande preghiera: quella che ha insegnato Gesù, e che è la preghiera con la quale Lui pregava il Padre. E questa preghiera ci prepara alla Comunione.

 

Catechesi di Papa Francesco LA SANTA MESSA

– 13. LITURGIA EUCATRISTICA: III. PADRE NOSTRO e FRAZIONE DEL PANE

Prima parte

Continuiamo con la Catechesi sulla Santa Messa. Nell’ultima Cena, dopo che Gesù prese il pane e il calice del vino, ed ebbe reso grazie a Dio, sappiamo che «spezzò il pane». A quest’azione corrisponde, nella Liturgia eucaristica della Messa, la frazione del Pane, preceduta dalla preghiera che il Signore ci ha insegnato, cioè del “Padre Nostro”. E così cominciano i riti di Comunione, prolungando la lode e la supplica della Preghiera eucaristica con la recita comunitaria del “Padre nostro”. Questa non è una delle tante preghiere cristiane, ma è la preghiera dei figli di Dio: è la grande preghiera che ci ha insegnato Gesù. Infatti, consegnatoci nel giorno del nostro Battesimo, il “Padre nostro” fa risuonare in noi quei medesimi sentimenti che furono in Cristo Gesù. Quando noi preghiamo col “Padre Nostro”, preghiamo come pregava Gesù. È la preghiera che ha fatto Gesù, e l’ha insegnata a noi; quando i discepoli gli hanno detto: “Maestro, insegnaci a pregare come tu preghi”. E Gesù pregava così. È tanto bello pregare come Gesù! Formati al suo divino insegnamento, osiamo rivolgerci a Dio chiamandolo “Padre”, perché siamo rinati come suoi figli attraverso l’acqua e lo Spirito Santo (cfr Ef 1,5). Nessuno, in verità, potrebbe chiamarlo familiarmente “Abbà” – “Padre” – senza essere stato generato da Dio, senza l’ispirazione dello Spirito, come insegna san Paolo (cfr Rm 8,15). Dobbiamo pensare: nessuno può chiamarlo “Padre” senza l’ispirazione dello Spirito. Quante volte c’è gente che dice “Padre Nostro”, ma non sa cosa dice. Perché sì, è il Padre, ma tu senti che quando dici “Padre” Lui è il Padre, il Padre tuo, il Padre dell’umanità, il Padre di Gesù Cristo? Tu hai un rapporto con questo Padre? Quando noi preghiamo il “Padre Nostro”, ci colleghiamo col Padre che ci ama, ma è lo Spirito a darci questo collegamento, questo sentimento di essere figli di Dio. Quale preghiera migliore di quella insegnata da Gesù può disporci alla Comunione sacramentale con Lui? Oltre che nella Messa, il “Padre nostro” viene pregato, alla mattina e alla sera, nelle Lodi e nei Vespri; in tal modo, l’atteggiamento filiale verso Dio e di fraternità con il prossimo contribuiscono a dare forma cristiana alle nostre giornate. Nella Preghiera del Signore – nel “Padre nostro” – chiediamo il «pane quotidiano», nel quale scorgiamo un particolare riferimento al Pane eucaristico, di cui abbiamo bisogno per vivere da figli di Dio. Imploriamo anche «la remissione dei nostri debiti», e per essere degni di ricevere il perdono di Dio ci impegniamo a perdonare chi ci ha offeso. E questo non è facile. Perdonare le persone che ci hanno offeso non è facile; è una grazia che dobbiamo chiedere: “Signore, insegnami a perdonare come tu hai perdonato me”. È una grazia. Con le nostre forze noi non possiamo: è una grazia dello Spirito Santo perdonare. Così, mentre ci apre il cuore a Dio, il “Padre nostro” ci dispone anche all’amore fraterno. Infine, chiediamo ancora a Dio di «liberarci dal male» che ci separa da Lui e ci divide dai nostri fratelli. Comprendiamo bene che queste sono richieste molto adatte a prepararci alla santa Comunione (cfr Ordinamento Generale del Messale Romano, 81).

 

Catechesi di Papa Francesco. LA SANTA MESSA

– 12. LITURGIA EUCATRISTICA: II. PREGHIERA EUCARISITCA
Continuiamo la catechesi sulla Preghiera eucaristica.
Il sacerdote, dopo la preghiera di consacrazione dice: “Mistero della fede” e noi
rispondiamo con un’acclamazione. Celebrando il memoriale della morte e risurrezione
del Signore, nell’attesa del suo ritorno glorioso, la Chiesa offre al Padre il sacrificio che
riconcilia cielo e terra: offre il sacrificio pasquale di Cristo offrendosi con Lui e
chiedendo, in virtù dello Spirito Santo, di diventare «in Cristo un solo corpo e un solo
spirito» (Pregh. euc. III; cfr Sacrosanctum Concilium, 48; OGMR, 79f). La Chiesa vuole
unirci a Cristo e diventare con il Signore un solo corpo e un solo spirito. E’ questa la
grazia e il frutto della Comunione sacramentale: ci nutriamo del Corpo di Cristo per
diventare, noi che ne mangiamo, il suo Corpo vivente oggi nel mondo.
Mistero di comunione è questo, la Chiesa si unisce all’offerta di Cristo e alla sua
intercessione e in questa luce, «nelle catacombe la Chiesa è spesso raffigurata come
una donna in preghiera con le braccia spalancate, in atteggiamento di orante come
Cristo ha steso le braccia sulla croce, così per mezzo di Lui, con Lui e in Lui, essa si
offre e intercede per tutti gli uomini» (CCC, 1368). La Chiesa che ora, che prega. È
bello pensare che la Chiesa ora, prega. C’è un passo nel Libro degli Atti degli Apostoli;
quando Pietro era in carcere, la comunità cristiana dice: “Orava incessantemente per
Lui”. La Chiesa che ora, la Chiesa orante. E quando noi andiamo a Messa è per fare
questo: fare Chiesa orante.
La Preghiera eucaristica chiede a Dio di raccogliere tutti i suoi figli nella perfezione
dell’amore, in unione con il Papa e il Vescovo, menzionati per nome, segno che
celebriamo in comunione con la Chiesa universale e con la Chiesa particolare. La
supplica, come l’offerta, è presentata a Dio per tutti i membri della Chiesa, vivi e
defunti, in attesa della beata speranza di condividere l’eredità eterna del cielo, con la
Vergine Maria (cfr CCC, 1369-1371). Nessuno e niente è dimenticato nella Preghiera
eucaristica, ma ogni cosa è ricondotta a Dio, come ricorda la dossologia che la
conclude. Nessuno è dimenticato. E se io ho qualche persona, parenti, amici, che sono
nel bisogno o sono passati da questo mondo all’altro, posso nominarli in quel
momento, interiormente e in silenzio o fare scrivere che il nome sia detto. “Padre,
quanto devo pagare perché il mio nome venga detto lì?”- “Niente”. Capito questo?
Niente! La Messa non si paga. La Messa è il sacrificio di Cristo, che è gratuito. La
redenzione è gratuita. Se tu vuoi fare un’offerta falla, ma non si paga. Questo è
importante capirlo.
Questa formula codificata di preghiera, forse possiamo sentirla un po’ lontana – è
vero, è una formula antica – ma, se ne comprendiamo bene il significato, allora
sicuramente parteciperemo meglio. Essa infatti esprime tutto ciò che compiamo nella
celebrazione eucaristica; e inoltre ci insegna a coltivare tre atteggiamenti che non
dovrebbero mai mancare nei discepoli di Gesù. I tre atteggiamenti: primo, imparare a
“rendere grazie, sempre e in ogni luogo”, e non solo in certe occasioni, quando tutto va
bene; secondo, fare della nostra vita un dono d’amore, libero e gratuito; terzo, costruire
la concreta comunione, nella Chiesa e con tutti. Dunque, questa Preghiera centrale
della Messa ci educa, a poco a poco, a fare di tutta la nostra vita una “eucaristia”, cioè
un’azione di grazie.

 

Catechesi di Papa Francesco. LA SANTA MESSA

– 12. LITURGIA EUCATRISTICA: II. PREGHIERA EUCARISITCA
Continuiamo le catechesi sulla Santa Messa e con questa catechesi ci soffermiamo
sulla Preghiera eucaristica. Concluso il rito della presentazione del pane e del vino, ha
inizio la Preghiera eucaristica, che qualifica la celebrazione della Messa e ne costituisce il
momento centrale, ordinato alla santa Comunione. Corrisponde a quanto Gesù stesso fece,
a tavola con gli Apostoli nell’Ultima Cena, allorché «rese grazie» sul pane e poi sul calice
del vino (cfr Mt 26,27; Mc 14,23; Lc, 22,17.19; 1 Cor 11,24): il suo ringraziamento rivive in
ogni nostra Eucaristia, associandoci al suo sacrificio di salvezza.
E in questa solenne Preghiera – la Preghiera eucaristica è solenne – la Chiesa esprime ciò
che essa compie quando celebra l’Eucaristia e il motivo per cui la celebra, ossia fare
comunione con Cristo realmente presente nel pane e nel vino consacrati. Dopo aver
invitato il popolo a innalzare i cuori al Signore e a rendergli grazie, il sacerdote pronuncia
la Preghiera ad alta voce, a nome di tutti i presenti, rivolgendosi al Padre per mezzo di
Gesù Cristo nello Spirito Santo. «Il significato di questa Preghiera è che tutta l’assemblea
dei fedeli si unisca con Cristo nel magnificare le grandi opere di Dio e nell’offrire il
sacrificio» (Ordinamento Generale del Messale Romano, 78). E per unirsi deve capire. Per
questo, la Chiesa ha voluto celebrare la Messa nella lingua che la gente capisce, affinché
ciascuno possa unirsi a questa lode e a questa grande preghiera con il sacerdote. In verità,
«il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio» (Catechismo
della Chiesa Cattolica, 1367).
Nel Messale vi sono varie formule di Preghiera eucaristica, tutte costituite da elementi
caratteristici, che vorrei ora ricordare (cfr OGMR, 79; CCC, 1352-1354). Sono bellissime
tutte. Anzitutto vi è il Prefazio, che è un’azione di grazie per i doni di Dio, in particolare
per l’invio del suo Figlio come Salvatore. Il Prefazio si conclude con l’acclamazione del
«Santo», normalmente cantata. È bello cantare il “Santo”: “Santo, Santo, Santo il Signore”.
È bello cantarlo. Tutta l’assemblea unisce la propria voce a quella degli Angeli e dei Santi
per lodare e glorificare Dio.
Vi è poi l’invocazione dello Spirito affinché con la sua potenza consacri il pane e il vino.
Invochiamo lo Spirito perché venga e nel pane e nel vino ci sia Gesù. L’azione dello Spirito
Santo e l’efficacia delle stesse parole di Cristo proferite dal sacerdote, rendono realmente
presente, sotto le specie del pane e del vino, il suo Corpo e il suo Sangue, il suo sacrificio
offerto sulla croce una volta per tutte (cfr CCC, 1375). Gesù in questo è stato chiarissimo.
Abbiamo sentito come San Paolo all’inizio racconta le parole di Gesù: “Questo è il mio
corpo, questo è il mio sangue”. “Questo è il mio sangue, questo è il mio corpo”. È Gesù
stesso che ha detto questo. Noi non dobbiamo fare pensieri strani: “Ma, come mai una cosa
che …”. È il corpo di Gesù; è finita lì! La fede: ci viene in aiuto la fede; con un atto di fede
crediamo che è il corpo e il sangue di Gesù. E’ il «mistero della fede», come noi diciamo
dopo la consacrazione. Il sacerdote dice: “Mistero della fede” e noi rispondiamo con
un’acclamazione. Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del Signore,
nell’attesa del suo ritorno glorioso, la Chiesa offre al Padre il sacrificio che riconcilia cielo e
terra: offre il sacrificio pasquale di Cristo offrendosi con Lui e chiedendo, in virtù dello
Spirito Santo, di diventare «in Cristo un solo corpo e un solo spirito» (Pregh. euc. III;
cfr Sacrosanctum Concilium, 48; OGMR, 79f). La Chiesa vuole unirci a Cristo e diventare
con il Signore un solo corpo e un solo spirito. E’ questa la grazia e il frutto della
Comunione sacramentale: ci nutriamo del Corpo di Cristo per diventare, noi che ne
mangiamo, il suo Corpo vivente oggi nel mondo.

 

 

Catechesi di Papa Francesco. LA SANTA MESSA

– 11. LITURGIA EUCATRISTICA: I. PRESENTAZIONE DEI DONI

Alla Liturgia della Parola segue l’altra parte costitutiva della Messa, che è la Liturgia
eucaristica. In essa, attraverso i santi segni, la Chiesa rende continuamente presente il
Sacrificio della nuova alleanza sigillata da Gesù sull’altare della Croce. È stato il primo
altare cristiano, quello della Croce, e quando noi ci avviciniamo all’altare per celebrare la
Messa, la nostra memoria va all’altare della Croce, dove è stato fatto il primo sacrificio. Il
sacerdote, che nella Messa rappresenta Cristo, compie ciò che il Signore stesso fece e affidò ai discepoli nell’Ultima Cena: prese il pane e il calice, rese grazie, li diede ai discepoli, dicendo:
«Prendete, mangiate … bevete: questo è il mio corpo … questo è il calice del mio sangue.
Fate questo in memoria di me».
Obbediente al comando di Gesù, la Chiesa ha disposto la Liturgia eucaristica in momenti
che corrispondono alle parole e ai gesti compiuti da Lui la vigilia della sua Passione. Così,
nella preparazione dei doni sono portati all’altare il pane e il vino, cioè gli elementi che Cristo prese nelle sue mani. Nella Preghiera eucaristica rendiamo grazie a Dio per l’opera della redenzione e le offerte diventano il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo. Seguono la frazione del Pane e la Comunione, mediante la quale riviviamo l’esperienza degli Apostoli che ricevettero i doni eucaristici dalle mani di Cristo stesso.
Al primo gesto di Gesù: «prese il pane e il calice del vino», corrisponde quindi
la preparazione dei doni. È la prima parte della Liturgia eucaristica. E’ bene che siano i fedeli a presentare al sacerdote il pane e il vino, perché essi significano l’offerta spirituale della Chiesa lì raccolta per l’Eucaristia. È bello che siano proprio i fedeli a portare all’altare il pane e il vino. […] Il popolo di Dio che porta l’offerta, il pane e il vino, la grande offerta
per la Messa! Dunque, nei segni del pane e del vino il popolo fedele pone la propria offerta
nelle mani del sacerdote, il quale la depone sull’altare o mensa del Signore, «che è il centro
di tutta la Liturgia eucaristica» (OGMR, 73). Cioè, il centro della Messa è l’altare, e l’altare
è Cristo;. Nel «frutto della terra e del lavoro dell’uomo», viene pertanto offerto l’impegno
dei fedeli a fare di sé stessi, obbedienti alla divina Parola, un «sacrificio gradito a Dio
Padre onnipotente», «per il bene di tutta la sua santa Chiesa». Così «la vita dei fedeli, la
loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro, sono uniti a quelli di Cristo e alla sua
offerta totale, e in questo modo acquistano un valore nuovo» (CCC, 1368).
Certo, è poca cosa la nostra offerta, ma Cristo ha bisogno di questo poco. Ci chiede poco, il
Signore, e ci dà tanto. Ci chiede poco. Ci chiede, nella vita ordinaria, buona volontà; ci
chiede cuore aperto; ci chiede voglia di essere migliori per accogliere Lui che offre se
stesso a noi nell’Eucaristia; ci chiede queste offerte simboliche che poi diventeranno il Suo
corpo e il Suo sangue. Un’immagine di questo movimento oblativo di preghiera è
rappresentata dall’incenso che, consumato nel fuoco, libera un fumo profumato che sale
verso l’alto: incensare le offerte, come si fa nei giorni di festa, incensare la croce, l’altare, il
sacerdote e il popolo sacerdotale manifesta visibilmente il vincolo offertoriale che unisce
tutte queste realtà al sacrificio di Cristo (cfr OGMR, 75). […]
E tutto questo è quanto esprime anche l’orazione sulle offerte. In essa il sacerdote chiede a
Dio di accettare i doni che la Chiesa gli offre, invocando il frutto del mirabile scambio tra
la nostra povertà e la sua ricchezza. Nel pane e nel vino gli presentiamo l’offerta della
nostra vita, affinché sia trasformata dallo Spirito Santo nel sacrificio di Cristo e diventi con
Lui una sola offerta spirituale gradita al Padre. Mentre si conclude così la preparazione dei
doni, ci si dispone alla Preghiera eucaristica (cfr ibid., 77).
La spiritualità del dono di sé, che questo momento della Messa ci insegna, possa
illuminare le nostre giornate, le relazioni con gli altri, le cose che facciamo, le sofferenze
che incontriamo, aiutandoci a costruire la città terrena alla luce del Vangelo.

 

Catechesi di Papa Francesco. LA SANTA MESSA

– 10. LITURGIA DELLA PAROLA: III. CREDO E PREGHIERA UNIVERSALE
Continuiamo con le catechesi sulla Santa Messa. L’ascolto delle Letture bibliche,
prolungato nell’omelia, risponde a che cosa? Risponde a un diritto: il diritto spirituale del
popolo di Dio a ricevere con abbondanza il tesoro della Parola di Dio. Ognuno di noi
quando va a Messa ha il diritto di ricevere abbondantemente la Parola di Dio ben letta, ben
detta e poi, ben spiegata nell’omelia. È un diritto! E quando la Parola di Dio non è ben
letta, non è predicata con fervore dal diacono, dal sacerdote o dal vescovo si manca a un
diritto dei fedeli. Noi abbiamo il diritto di ascoltare la Parola di Dio. Il Signore parla per
tutti, Pastori e fedeli. Egli bussa al cuore di quanti partecipano alla Messa, ognuno nella
sua condizione di vita, età, situazione. Il Signore consola, chiama, suscita germogli di vita
nuova e riconciliata. E questo per mezzo della sua Parola. La sua Parola bussa al cuore e
cambia i cuori!
Perciò, dopo l’omelia, un tempo di silenzio permette di sedimentare nell’animo il seme
ricevuto, affinché nascano propositi di adesione a ciò che lo Spirito ha suggerito a
ciascuno. Il silenzio dopo l’omelia. Un bel silenzio si deve fare lì e ognuno deve pensare a
quello che ha ascoltato.
Dopo questo silenzio, come continua la Messa? La personale risposta di fede si inserisce
nella professione di fede della Chiesa, espressa nel “Credo”. Recitato da tutta l’assemblea,
il Simbolo manifesta la comune risposta a quanto insieme si è ascoltato dalla Parola di Dio.
C’è un nesso vitale tra ascolto e fede. Sono uniti. Questa – la fede -, infatti, non nasce da
fantasia di menti umane ma, come ricorda san Paolo, «viene dall’ascolto e l’ascolto
riguarda la parola di Cristo» (Rm 10,17). La fede si alimenta, dunque, con l’ascolto e
conduce al Sacramento. Così, la recita del “Credo” fa sì che l’assemblea liturgica «torni a
meditare e professi i grandi misteri della fede, prima della loro celebrazione
nell’Eucaristia» (Ordinamento Generale del Messale Romano, 67).
Il Simbolo di fede vincola l’Eucaristia al Battesimo, ricevuto «nel nome del Padre e del
Figlio e dello Spirito Santo», e ci ricorda che i Sacramenti sono comprensibili alla luce della
fede della Chiesa.
La risposta alla Parola di Dio accolta con fede si esprime poi nella supplica comune,
denominata Preghiera universale, perché abbraccia le necessità della Chiesa e del mondo
(cfr OGMR, 69-71; Introduzione al Lezionario, 30-31). Viene anche detta Preghiera dei
fedeli. I Padri del Vaticano II hanno voluto ripristinare questa preghiera dopo il Vangelo e
l’omelia, specialmente nella domenica e nelle feste, affinché «con la partecipazione del
popolo, si facciano preghiere per la santa Chiesa, per coloro che ci governano, per coloro
che si trovano in varie necessità, per tutti gli uomini e per la salvezza di tutto il mondo»
(Cost. Sacrosanctum Concilium, 53; cfr 1 Tm 2,1-2). […] Ricordiamo, infatti, quanto ci ha
detto il Signore Gesù: «Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello
che volete e vi sarà fatto» (Gv 15,7). […] E in questo momento della preghiera universale
dopo il Credo, è il momento di chiedere al Signore le cose più forti nella Messa, le cose di
cui noi abbiamo bisogno, quello che vogliamo. “Vi sarà fatto”; in uno o nell’altro modo ma
“Vi sarà fatto”. “Tutto è possibile a colui che crede”, ha detto il Signore. […] E la preghiera
dobbiamo farla con questo spirito di fede: “Credo Signore, aiuta la mia poca fede”. Le
pretese di logiche mondane, invece, non decollano verso il Cielo, così come restano
inascoltate le richieste autoreferenziali (cfr Gc 4,2-3). Le intenzioni per cui si invita il
popolo fedele a pregare devono dar voce ai bisogni concreti della comunità ecclesiale e del
mondo, evitando di ricorrere a formule convenzionali e miopi. La preghiera “universale”,
che conclude la liturgia della Parola, ci esorta a fare nostro lo sguardo di Dio, che si prende
cura di tutti i suoi figli.

 

 

Catechesi di Papa Francesco – LA SANTA MESSA –

9. LITURGIA DELLA PAROLA: II. VANGELO E OMELIA
Continuiamo con le catechesi sulla Santa Messa. Eravamo arrivati alle Letture.
Il dialogo tra Dio e il suo popolo, sviluppato nella Liturgia della Parola della
Messa, raggiunge il culmine nella proclamazione del Vangelo. Lo precede il canto
dell’Alleluia – oppure, in Quaresima, un’altra acclamazione – con cui «l’assemblea dei
fedeli accoglie e saluta il Signore che sta per parlare nel Vangelo».[1] Come i misteri di
Cristo illuminano l’intera rivelazione biblica, così, nella Liturgia della Parola, il Vangelo
costituisce la luce per comprendere il senso dei testi biblici che lo precedono, sia
dell’Antico che del Nuovo Testamento. In effetti, «di tutta la Scrittura, come di tutta la
celebrazione liturgica, Cristo è il centro e la pienezza».[2] Sempre al centro c’è Gesù Cristo,
sempre.
Perciò la stessa liturgia distingue il Vangelo dalle altre letture e lo circonda di
particolare onore e venerazione.[3] Infatti, la sua lettura è riservata al ministro ordinato,
che termina baciando il libro; ci si pone in ascolto in piedi e si traccia un segno di croce in
fronte, sulla bocca e sul petto; i ceri e l’incenso onorano Cristo che, mediante la lettura
evangelica, fa risuonare la sua efficace parola. Da questi segni l’assemblea riconosce la
presenza di Cristo che le rivolge la “buona notizia” che converte e trasforma. E’ un
discorso diretto quello che avviene, come attestano le acclamazioni con cui si risponde alla
proclamazione: «Gloria a te, o Signore» e «Lode a te, o Cristo». Noi ci alziamo per ascoltare
il Vangelo: è Cristo che ci parla, lì. E per questo noi stiamo attenti, perché è un colloquio
diretto. E’ il Signore che ci parla.
Dunque, nella Messa non leggiamo il Vangelo per sapere come sono andate le cose,
ma ascoltiamo il Vangelo per prendere coscienza che ciò che Gesù ha fatto e detto una
volta; e quella Parola è viva, la Parola di Gesù che è nel Vangelo è viva e arriva al mio
cuore. Per questo ascoltare il Vangelo è tanto importante, col cuore aperto, perché è Parola
viva. […]
Per far giungere il suo messaggio, Cristo si serve anche della parola del sacerdote
che, dopo il Vangelo, tiene l’omelia.[6] […] L’omelia non è un discorso di circostanza –
neppure una catechesi come questa che sto facendo adesso -, né una conferenza neppure
una lezione, l’omelia è un’altra cosa. Cosa è l’omelia? E’ «un riprendere quel dialogo che è
già aperto tra il Signore e il suo popolo»,[8] affinché trovi compimento nella vita. L’esegesi
autentica del Vangelo è la nostra vita santa! La parola del Signore termina la sua corsa
facendosi carne in noi, traducendosi in opere, come è avvenuto in Maria e nei Santi.
[…] Chi tiene l’omelia deve compiere bene il suo ministero – colui che predica, il
sacerdote o il diacono o il vescovo -, offrendo un reale servizio a tutti coloro che
partecipano alla Messa, ma anche quanti l’ascoltano devono fare la loro parte. Anzitutto
prestando debita attenzione, assumendo cioè le giuste disposizioni interiori, senza pretese
soggettive, sapendo che ogni predicatore ha pregi e limiti. Se a volte c’è motivo di
annoiarsi per l’omelia lunga o non centrata o incomprensibile, altre volte è invece il
pregiudizio a fare da ostacolo. E chi fa l’omelia deve essere conscio che non sta facendo
una cosa propria, sta predicando, dando voce a Gesù, sta predicando la Parola di Gesù. E
l’omelia deve essere ben preparata, deve essere breve, breve!
[…] E come si prepara un’omelia, cari sacerdoti, diaconi, vescovi? Come si prepara?
Con la preghiera, con lo studio della Parola di Dio e facendo una sintesi chiara e breve,
non deve andare oltre i 10 minuti, per favore. Concludendo possiamo dire che nella
Liturgia della Parola, attraverso il Vangelo e l’omelia, Dio dialoga con il suo popolo, il
quale lo ascolta con attenzione e venerazione e, allo stesso tempo, lo riconosce presente e
operante. Se, dunque, ci mettiamo in ascolto della “buona notizia”, da essa saremo
convertiti e trasformati, pertanto capaci di cambiare noi stessi e il mondo. Perché? Perché
la Buona Notizia, la Parola di Dio entra dalle orecchie, va al cuore e arriva alle mani per
fare delle opere buone.

 

 

Catechesi di Papa Francesco -LA SANTA MESSA –

8. LITURGIA DELLA PAROLA: I. DIALOGO TRA DIO E IL SUO POPOLO

Dopo esserci soffermati sui riti d’introduzione, consideriamo ora la Liturgia della Parola, che è una parte costitutiva perché ci raduniamo proprio per ascoltare quello che Dio ha fatto e intende ancora fare per noi. E’ un’esperienza che avviene “in diretta” e non per sentito dire, perché «quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura, Dio stesso parla al suo popolo e Cristo, presente nella parola, annunzia il Vangelo» (Ordinamento Generale del Messale Romano, 29; cfr Cost. Sacrosanctum Concilium, 7; 33). E quante volte, mentre viene letta la Parola di Dio, si commenta: “Guarda quello…, guarda quella…, guarda il cappello che ha portato quella: è ridicolo…”. E si cominciano a fare dei commenti. Non è vero? Si devono fare dei commenti mentre si legge la Parola di Dio? No, perché se tu fai delle chiacchiere con la gente non ascolti la Parola di Dio. Quando si legge la Parola di Dio nella Bibbia – la prima Lettura, la seconda, il Salmo responsoriale e il Vangelo – dobbiamo ascoltare, aprire il cuore, perché è Dio stesso che ci parla e non pensare ad altre cose o parlare di altre cose. Le pagine della Bibbia cessano di essere uno scritto per diventare parola viva, pronunciata da Dio. È Dio che, tramite la persona che legge, ci parla e interpella noi che ascoltiamo con fede. Lo Spirito «che ha parlato per mezzo dei profeti» (Credo) e ha ispirato gli autori sacri, fa sì che «la parola di Dio operi davvero nei cuori ciò che fa risuonare negli orecchi» (Lezionario, Introd., 9). Ma per ascoltare la Parola di Dio bisogna avere anche il cuore aperto per ricevere le parole nel cuore. Dio parla e noi gli porgiamo ascolto, per poi mettere in pratica quanto abbiamo ascoltato. È molto importante ascoltare. […] Abbiamo bisogno di ascoltarlo! E’ infatti una questione di vita, come ben ricorda l’incisiva espressione che «non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). La vita che ci dà la Parola di Dio. In questo

 

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– 7. IL CANTO DEL “GLORIA” E L’ORAZIONE COLLETTA

Nel percorso di catechesi sulla celebrazione eucaristica, abbiamo visto che l’Atto penitenziale ci aiuta a spogliarci delle nostre presunzioni e a presentarci a Dio come siamo realmente, coscienti di essere peccatori, nella speranza di essere perdonati. Proprio dall’incontro tra la miseria umana e la misericordia divina prende vita la gratitudine espressa nel “Gloria”, «un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello» (Ordinamento Generale del Messale Romano, 53). L’esordio di questo inno – “Gloria a Dio nell’alto dei cieli” – riprende il canto degli Angeli alla nascita di Gesù a Betlemme, gioioso annuncio dell’abbraccio tra cielo e terra. Questo canto coinvolge anche noi raccolti in preghiera: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà». Dopo il “Gloria”, oppure, quando questo non c’è, subito dopo l’Atto penitenziale, la preghiera prende forma particolare nell’orazione denominata “colletta”, per mezzo della quale viene espresso il carattere proprio della celebrazione, variabile secondo i giorni e i tempi dell’anno (cfr ibid., 54). Con l’invito «preghiamo», il sacerdote esorta il popolo a raccogliersi con lui in un momento di silenzio, al fine di prendere coscienza di stare alla presenza di Dio e far emergere, ciascuno nel proprio cuore, le personali intenzioni con cui partecipa alla Messa (cfr ibid., 54). Il sacerdote dice «preghiamo»; e poi, viene un momento di silenzio, e ognuno pensa alle cose di cui ha bisogno, che vuol chiedere, nella preghiera. Il silenzio non si riduce all’assenza di parole, bensì nel disporsi ad ascoltare altre voci: quella del nostro cuore e, soprattutto, la voce dello Spirito Santo. Nella liturgia, la natura del sacro silenzio dipende dal momento in cui ha luogo: «Durante l’atto penitenziale e dopo l’invito alla preghiera, aiuta il raccoglimento; dopo la lettura o l’omelia, è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltato; dopo la Comunione, favorisce la preghiera interiore di lode e di supplica» (ibid., 45). Dunque, prima dell’orazione iniziale, il silenzio aiuta a raccoglierci in noi stessi e a pensare al perché siamo lì. Ecco allora l’importanza di ascoltare il nostro animo per aprirlo poi al Signore. Forse veniamo da giorni di fatica, di gioia, di dolore, e vogliamo dirlo al Signore, invocare il suo aiuto, chiedere che ci stia vicino; abbiamo familiari e amici malati o che attraversano prove difficili; desideriamo affidare a Dio le sorti della Chiesa e del mondo. E a questo serve il breve silenzio prima che il sacerdote, raccogliendo le intenzioni di ognuno, esprima a voce alta a Dio, a nome di tutti, la comune preghiera che conclude i riti d’introduzione, facendo appunto la “colletta” delle singole intenzioni. Raccomando vivamente ai sacerdoti di osservare questo momento di silenzio e non andare di fretta: «preghiamo», e che si faccia il silenzio. Raccomando questo ai sacerdoti. Senza questo silenzio, rischiamo di trascurare il raccoglimento dell’anima. Il sacerdote recita questa supplica, questa orazione di colletta, con le braccia allargate è l’atteggiamento dell’orante, assunto dai cristiani fin dai primi secoli – come testimoniano gli affreschi delle catacombe romane – per imitare il Cristo con le braccia aperte sul legno della croce. E lì, Cristo è l’Orante ed è insieme la preghiera! Nel Crocifisso riconosciamo il Sacerdote che offre a Dio il culto a lui gradito, ossia l’obbedienza filiale. Nel Rito Romano le orazioni sono concise ma ricche di significato: si possono fare tante belle meditazioni su queste orazioni. Tanto belle! Tornare a meditarne i testi, anche fuori della Messa, può aiutarci ad apprendere come rivolgerci a Dio, cosa chiedere, quali parole usare. Possa la liturgia diventare per tutti noi una vera scuola di preghiera.