Letture della domenica

-Anno 16°  n. 8- 19 gennaio 2020

II domenica del Tempo Ordinario  -Anno A- 

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Un agnello che porta la tenerezza divina

Ecco l’agnello, il piccolo del gregge, l’ultimo nato che ha ancora bisogno della madre e si affida al pastore, che vuole crescere con noi e in mezzo a noi. Non è il «leone di Giuda», che viene a sistemare i malvagi e i prepotenti, ma un piccolo Dio che non può e non vuole far paura a nessuno; che non si impone, ma si propone e domanda solo di essere accolto. Accolto come il racconto della tenerezza di Dio. Viene e porta la rivoluzione della tenerezza, porta un altro modo possibile di abitare la terra, vivendo una vita libera da inganno e da violenza. Amatevi, dirà, altrimenti vi distruggerete, è tutto qui il Vangelo. Ecco l’agnello, inerme e più forte di tutti gli Erodi della terra. Una sfida a viso aperto alla violenza, alla sua logica, al disamore che è la radice di ogni peccato. Viene l’Agnello di Dio, e porta molto di più del perdono, porta se stesso: Dio nella carne, il cromosoma divino nel nostro Dna, il suo cuore dentro il nostro cuore, respiro dentro il respiro, per sempre. E toglie il peccato del mondo. Il verbo è al declinato al presente: ecco Colui che instancabilmente, infallibilmente, giorno per giorno, continua a togliere, a raschiare via, adesso ancora, il male dell’uomo.

 

Prima Lettura 

Ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza.
Dal libro del profeta Isaìa. Is 49,3.5-6
Il Signore mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria». Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele – poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza – e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».
Parola di Dio

Salmo Responsoriale.    Dal Salmo  39 (40)

R. Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.
Ho sperato, ho sperato nel Signore,
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
una lode al nostro Dio. R.

Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo». R.

«Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo». R.

Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai. R.

 

Seconda Lettura

Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi. 1 Cor 1,1-3
Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!
Parola di Dio

  

Alleuia, alleluia.  (Gv 1,14a.12a)

Il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
a quanti lo hanno accolto
ha dato il potere di diventare figli di Dio. 

Alleuia, alleluia.

Vangelo

Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!

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Dal Vangelo secondo Giovanni. Gv 1,29-34
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
Parola del Signore

  

PER APPROFONDIRE

19 gennaio 2020 –

26 GENNAIO – DOMENICA DELLA PAROLA DI DIO

 Ho in mente una simpatica e commovente fotografia: in essa si vede un bambino che accovacciato sotto un lampione di una strada, che gli fa luce, sta tutto intento leggendo un libro. Non è dato sapere che libro sia, ma va notata l’intensità e la concentrazione del bambino che sfrutta la luce del lampione per poter leggere il libro.  Papa Francesco ha indetto per domenica prossima 26 gennaio la prima domenica della Parola di Dio. Nelle intenzioni del Papa c’è la volontà di fare sì che tutti abbiamo ad accostarci alla Parola di Dio con la gioia e l’intensità che la foto di quel bambino mi ha trasmesso. La Parola di Dio infatti è Parola che da pienezza di vita che dona festa alla vita.

Quando mi sono recato, con un gruppo, per la prima volta in pellegrinaggio a Gerusalemme siamo andati alla chiesa del Santo Sepolcro, ma invece di entrare per la porta principale siamo entrati dalla porta che si apre sul tetto della Basilica. Scendendo si arriva ad una cappella e al nostro arrivo si fa avanti un monaco copto. Era molto anziano e procedeva lentamente anche perché reggeva in braccio un qualcosa avvolto in una tela di seta molto preziosa. Giunto al centro ci ha chiesto di fare silenzio e lentamente ha cominciato a srotolare la tela di seta ed è apparso un libro che si capiva essere molto antico, con una bellissima copertina dorata. Lo ha baciato tre volte, con esso si è segnato con la croce, lo ha aperto e ha cominciato a leggerne un brano cantando un dolce canto liturgico. Poi ha richiuso il libro lo ha nuovamente baciato tre volete e ci ha fatto segno di andare anche noi a baciarlo. Si trattava di un antico libro della Bibbia scritto in copto. Quello che mi colpì fu la devozione, l’amore, la tenerezza con cui questo anziano monaco reggeva, quasi cullava come se avesse un bambino il libro della Bibbia. Esprimeva in questi suoi gesti una fede e un abbandono fiducioso per la Parola di Dio davvero commovente. Mi chiedo con quanto affetto e rispetto anche noi dovremmo accostarci alla Parola di Dio, se essa veramente per noi è la fonte della bellezza e della gioia. Il bacio che il sacerdote dà al libro dopo aver letto il Vangelo testimonia ed esprime tutto l’affetto e l’amore che i cristiani nutrono verso la Parola di Dio. Un giorno sono stato chiamato da una signora che, dopo la morte della mamma, doveva liberarne la casa e mi chiamava perché la mamma, donna semplice ma di grande di fede, aveva raccolto e tenuto tanti libri di carattere religioso e mi invitava a fare una cernita, per vedere se fossi interessato ad alcuni di essi. Stavamo passandoli in rassegna quando la signora afferrò un libretto che era stato ricoperto con una carta a fiori e mi disse: “Questo lo tengo io” e mi spiegò con le lacrime agli occhi. “Vede – mi disse – questo è il vangelo che la mamma teneva sempre con sé ed è pieno di sue annotazioni. Quanto ci ha pregato e meditato la mamma. Questo lo voglio tenere ora sempre con me. E’ il più bel ricordo della mamma”. Sulla prima pagina di copertina c’era scritto questo versetto: Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Sal 118).

Questi tre piccoli episodi dicono in sintesi tre importanti modi di accostarsi e accogliere la Parola di Dio: 1)    cercare di leggerla con intensità e profitto, come quel bambino;

  • conservarla e trattarla con affetto e amorevole cura, come l’anziano monaco copto;
  • tenerla sempre con noi perché guidi e illumini il cammino, come per quella

 

Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola,

perché i nostri pensieri sono già rivolti verso la Parola.

Facciamo silenzio dopo l’ascolto della Parola,

perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi.

Facciamo silenzio la mattina presto, perché Dio deve avere la prima Parola,

e facciamo silenzio prima di coricarci, perché l’ultima Parola appartiene a Dio Facciamo silenzio solo per amore della Parola.  (Dietrich Bonhoeffer) 

don Natale

 

  12 gennaio 2020 –UN PO’ COME PER IL PREZZEMOLO…

Nelle vecchie, ma sempre significative, preghiere di un tempo c’era la preghiera del “Ti Adoro”.  Che cominciava così: “Ti adoro mio Dio e ti amo con tutto il cuore, ti ringrazio di avermi creato e fatto cristiano…”. Si ringraziava così il Signore, all’inizio di ogni giornata, per il dono del Battesimo attraverso il quale siamo diventati cristiani, chiamati a vivere la bellezza del Vangelo portato da Gesù. Nella Chiesa Cattolica si è poi deciso che i sacramenti del Battesimo e della Confermazione (Cresima) siano distanziati, in modo da seguire per la Confermazione un percorso di catechesi specifico. Purtroppo questa attenzione lodevole non ha sempre portato i frutti sperati, tanto che sembra che la Cresima segni un “addio” per i ragazzi alla partecipazione della comunità cristiana.

A questo proposito circola una barzelletta. Si dice che un parroco si lamentasse con il proprio Vescovo perché il sotto-tetto della chiesa era invaso dai colombi, che vi andavano a fare il nido con tutte le conseguenze che si possono immaginare.  Il povero parroco aveva tentato con tutti i mezzi per fermarne la presenza ma con risultati nulli. Il Vescovo, un po’ burlone, se ne uscì con questa soluzione: “Conosco un metodo infallibile per allontanarli dalla Chiesa, diamo anche ai colombi la Cresima e vedrai che non si faranno più vedere in chiesa”. E’ un modo, un po’ dissacrante, di dire quello che spesso succede nelle parrocchie: i ragazzi dopo la Cresima spariscono dalla partecipazione alla vita della Chiesa. Certo ci sono, fortunatamente, delle eccezioni che sono belle ma rimangono sempre eccezioni.

Nella vita di fede bisogna fare affidamento all’insegnamento del Signore che ci richiama alla pazienza dell’agricoltore. Per spiegarmi la virtù della pazienza e della fiducia in Dio, un nonno, esperto contadino, mi diceva: “Se semini l’insalata in pochi giorni ne puoi mangiare già il primo pasto, se semini il prezzemolo devi avere la pazienza di 20 e più giorni prima di vedere spuntare qualche germoglio. Importante però è seminare”. Così anche per i nostri cresimandi importante è seminare e qui devo ringraziare don Enrico, il diacono don Daniele e i catechisti che con grande fantasia e inventiva continuano a seminare la Parola di Dio e belle esperienze di vita cristiana nei cresimandi.

Poi, ecco, noi adulti dobbiamo, prima di tutto avere fiducia nella forza del Seme, che non è data da noi ma dalla presenza dello Spirito Santo che è Signore e dà vita (Vivificante). La potenza infatti è sua, ma spetta a noi, genitori, catechisti, ragazzi e comunità l’impegno nel preparare il terreno per accogliere la semina. La seconda cosa poi la pazienza. A volte vogliamo fare in tempo rapido quello che ha bisogno di tempo per maturare. Importante invece è avviare “processi-cammini”, il che implica aspettare, avere pazienza, come Dio che ha pazienza con ognuno di noi perché ci muoviamo a conversione e quanta pazienza deve avere il Signore con noi, ma lui non si stanca mai di avere pazienza. Infine sempre dobbiamo chiedere nella preghiera, che è come la pioggia per la terra, che il Signore faccia crescere e portare a maturazione i Semi della vita cristiana in noi. Mentre auguro ai nostri cresimandi di prepararsi per essere terreno pronto per accogliere i Semi che vengono loro donati chiedo a tutti noi:

Fiducia nel seminare.

Pazienza dell’amore nell’aspettare.

Preghiera perché il Signore faccia crescere i Semi.

Un po’ come per il prezzemolo.

don Natale

5 gennaio 2020 – BON 2020 A TUTI 

Un anno finisce, come passano veloci questi anni, e un anno inizia ci è necessario fermarci un attimo per dire e chiedere tre cose.

Il primo è Grazie, perché certo ci saranno state nel 2019  cose che non sono andate bene  o per lo meno non sono andate come avremmo voluto noi, ma ci sono certamente  tante cose  per cui ringraziare il Signore e in Lui ringraziare  tutte quelle persone che ci hanno aiutato, che ci hanno compreso, sostenuto, incoraggiato  sia nei momenti belli come in quelli di difficoltà. Vogliamo chiedere per loro la benedizione e la benevola protezione  del Signore.

La seconda è Perdono, una richiesta di perdono sincero e non formale, prima di tutto,  al Signore  per tutte le volte che abbiamo abbandonato le strade del Vangelo  per seguire altre strade  che ci hanno portato a tradire il messaggio di Gesù  e a prendere decisioni e a fare scelte contrarie al bene e quindi  contrarie anche al nostro bene. Perché il bene che facciamo come il male non fa solo bene o male agli altri ma fa male o bene anche a noi. Poi  chiedere perdono a tutte quelle persone  che con i nostri atteggiamenti direttamente o indirettamente abbiamo offeso e ferito e poi  non ci siamo fermati per prenderci cura di loro perché non abbiamo saputo o voluto ascoltare le loro richieste di aiuto e non siamo stati solidali e attivamente partecipi per le loro necessità. Non abbiamo saputo piangere con chi era nel pianto e gioire  che chi era nella gioia siamo stati insensibili, inerti e pigri nel cuore  e nell’agire. Chiedere perdono per quanto poco abbiamo messo a disposizione  le nostre capacità e qualità a servizio di chi  ne aveva bisogno. Perdono per non essere stati capaci di perdonare noi  e anche adesso magari coviamo sentimenti di rabbia, di rancore e cattiveria verso il prossimo; offesi dagli altri non sappiamo aprirci al perdono verso di loro e così Signore perdonaci se non perdoniamo agli altri come tu ci perdoni e non siamo misericordiosi verso gli altri come tu sei  sempre misericordioso verso di noi. Per questo perdonaci doppiamente.

Per ultimo ti chiediamo Signore per questo nuovo anno di Benedirci e di insegnarci a Benedire cioè a dire bene di Te e degli altri.

Un giovane che ha scelto di ritirarsi da solo in una malga in montagna per stare solo con Dio e con se stesso per alcuni anni ha scritto sul suo diario: “Ora mi sono accorto che finchè non trovi Dio, non sei contento. Se ti fermi e lo ascolti, senti che non ti basta sapere che Lui c’è senti dentro di te qualcosa che brucia, un fuoco divorante. Non ti basta stare nella società e riservare soltanto alcuni spazi alla ricerca interiore capisci che hai bisogno di liberare l’amore che Dio ti dona amando gli altri e tutto ciò che ti circonda”.

Pel  novo an dane Signor de volerse ben,

de rispettarse de pì e  un  fià de buon cuor par tuti.

Ven piardut el rispeto, la creansa

e non sen pì boni de  capisse  e de  portà pasiensa .

Non sen pì boni de saludarse con lighria ,

de fermarse a fà do ciacoe sensa disi mal de quachidun

 e a disese bundì col muso buon e no tirat.

Madhunùta Santa insegnane a  stà con to fiol Gesù

e fa che  fasen chel che  Lui ne dis de fà

par iessi contenti e par fà  contenti  chei che incontraren stò an 2020

e che ven scuminsiat insieme cun Ti. 

don Natale

29 dicembre 2019

TENEREZZA, SPERANZA E STUPORE IN NOME DI SANTO STEFANO

Il Santo Stefano che festeggiamo il 26 dicembre è più propriamente il patrono della Comunità di Concordia quello del 3 agosto riguarda più tutta la Diocesi. Guardando a questa figura mi pare che abbiamo da accogliere degli atteggiamenti importanti.
– Prima di tutto di fronte alla ferocia aggressiva dei suoi persecutori S. Stefano esprime un atteggiamento di mitezza, di tenerezza e di perdono. Viviamo in una società dove l’aggressione verbale, e molte volte anche quella fisica, sembrano essere sempre più il modo di vivere le relazioni tra di noi. Papa Francesco ha chiesto più volte che il Signore ci faccia scoprire la tenerezza del suo amore per essere a nostra volta capaci di vivere con mitezza e tenerezza le nostre relazioni con tutti. Sembra che una sana rivolta contro ogni aggressione verbale e fisica stia sorgendo dalla gente e chieda di poter vivere nella tenerezza rapporti di buon vicinato con tutti.
– S. Stefano mentre veniva lapidato si rivolgeva al Signore con la preghiera di intercessione e metteva nelle mani del Signore il suo spirito. Affermava così la grande speranza cristiana della vita oltre la soglia oscura della morte. Osservando i cristiani sempre più stanchi e intristiti ci viene da chiederci se ancora abita in noi la grande speranza della risurrezione, di una vita che avrà la sua pienezza e la sua gioia nell’amore eterno di Dio. Credo che noi cristiani abbiamo bisogno di ritrovare la gioia della speranza, una speranza che guarda con fiducia al futuro e che ci conferma che le fatiche e l’impegno nella vita concreta di ogni giorno non è né inutile né va sprecata ma è collegata alla speranza grande della vita che non conosce tramonto. Come cristiani non possiamo dimenticarci di ancorare la nostra vita a questa certezza che dà valore a ogni gesto della nostra esistenza. Ricordiamo anche qui quello che disse papa Francesco ai giovani ai quali raccomandò con forza di non lasciarsi rubare la speranza.
– In fine S. Stefano prima di consegnare la sua vita a Dio alzò gli occhi al cielo in un gesto di fiducia e di abbandono nel Signore. In questi tempi ci stiamo rendendo conto, spero, che abbiamo deturpato e rovinato quel giardino in cui Dio ci aveva posto e la mancata nostra salvaguardia del creato ci manifesta le ferite che le abbiamo inferto. Abbiamo perso l’abitudine di alzare gli occhi al cielo abbiamo smesso di meravigliarci del bello, abbiamo dimenticato lo stupore della bellezza così abbiamo finito per rovinare per egoismo e ingordigia la terra. La salvaguardia del creato, la cura della terra su cui viviamo è responsabilità di tutti e impegno di ciascuno.
Per individuare un percorso della Unità Pastorale in questo nuovo anno sappiamo di dover costruire un cammino a partire da tre indicazioni che sono emerse dalla Visita Pastorale del Vescovo esse sono:
1. Impegno a ripensare l’annuncio della fede a partire dal generarla in una fattiva collaborazione tra famiglie, ragazzi- giovani e parrocchia. Questo implica un riorganizzare anche tutta la proposta di catechesi non pensata solo per i bambini e i ragazzi ma a partire dagli adulti.
2. Rivitalizzare la dignità e la corresponsabilità del Battesimo, non come una delega concessa ma in forza della grazia dei sacramenti della iniziazione cristiana. Questo vuol dire che ciascuno di noi proprio in forza del battesimo è chiamato ad essere testimone e missionario della proposta del vangelo in ogni ambiente di vita a cominciare dalla propria famiglia.
3. Rinnovare i Consigli di Partecipazione a partire dai Consigli Pastorali e i Consigli per gli Affari economici, anche per riscoprire e promuovere nuove ministerialità che possano rispondere alle esigenze e alle necessità dei nostri tempi.
don Natale

22 dicembre 2019   LETTERA A GESU’ BAMBINO

Caro Gesù Bambino, sono il parroco dell’Unità Pastorale Concordiese e da poco più di un anno sono ritornato a vivere, ma con una grossa responsabilità in più, a Concordia, paese dove sono nato e dove ho passato gli anni della mia fanciullezza. Ho pensato di scriverti una lettera in prossimità del Santo Natale. Prima di tutto ti voglio ringraziare perché ho trovato a Concordia, sia pure in forme diverse da un tempo, ancora fede e testimonianze concrete di carità e di solidarietà nella nostra gente. Sono sempre meravigliato delle sorprese che i concordiesi sanno inventare per stare insieme, che poi si concludono inevitabilmente almeno con uno spuntino sempre abbondante. Per quanto riguarda poi la solidarietà di fronte alle avversità, come per esempio durante le esondazioni a causa delle piogge del mese di novembre, c’è sempre una risposta positiva, guidata dalla efficiente Protezione Civile e dallo slancio operativo del volontariato. Concordia mantiene un volto di solidarietà e di convivenza civile positiva ed efficace. Una lettera a Gesù Bambino contiene anche dei desideri, dei sogni che voglio qui esprimere.

Sogno una Comunità che ritrovi la centralità del riferimento in te, Signore Gesù. Non c’è infatti povertà peggiore che vivere come se tu, Signore, non esistessi, dimenticandoci che Tu Gesù sei venuto su questa terra a cercarci perché ci vuoi tutti salvi, noi abbiamo bisogno di Te.

Sogno che nelle nostre famiglie ci sia amore vero, comprensione e aiuto vicendevole. Tante famiglie hanno al loro interno gravi ferite e vivono situazioni di grande sofferenza. Ti prego, Gesù Bambino: fa’ rifiorire in questi giorni almeno un po’ di pace, perché si lascino da parte contrasti e confitti e ci si guardi con occhi buoni.

Sogno, Gesù Bambino, dei giovani attivi e generosi, sogno che l’Oratorio ritorni ad essere punto di riferimento e di aggregazione e che le iniziative trovino gioiosa rispondenza nei ragazzi e nelle loro famiglie. E sogno che giovani e adulti abbiano un lavoro, siano più contenti, più impegnati sui valori positivi della vita, per crescere insieme e costruire insieme un mondo dove sia bello vivere.

Sogno, ed è un sogno grande Gesù Bambino, Concordia piena di bambini come una volta. Vedo invece poche carrozzine di bambini in giro, perché purtroppo anche Concordia è stata contaminata dalla piaga della denatalità; un paese dove non nascono bambini è un paese triste e senza speranza, ed è destinato a finire.

Sogno e ti raccomando poi i tanti nostri anziani, si è vero in genere sono curati e tenuti bene, ma non basta c’è anche per loro bisogno di un po’ di compagnia e di qualcuno che li stia ad ascoltare: abbiamo tanto da imparare dalla loro esperienza. E sogno che loro continuino a pregare per tutti, come quella signora che mi raccontava che lei si sveglia alle 4.30 del mattino e la prima cosa che fa, mentre aspetta di alzarsi, recita un rosario per tutti. Che bello! Ogni giorno noi concordiesi, quando inizia la giornata, siamo già preceduti dalla preghiera di un’anziana concordiese che prega per tutti.

Sogno che tu Gesù Bambino continui a chiamare operai per la tua messe, perché il raccolto è abbondante ma mancano gli operai e fa che chi è chiamato a seguirti, nella via del sacerdozio o della vita consacrata sia maschile che femminile, sappia dire con gioia “eccomi”.

Par ultin: nee fieste se sint de pì quande che el mancia qualchi dun,

Gesù Bambin, staghe Ti visin e iutene ancia noi a iessi visin

perché nissun el dì de Nadal el a da sintisi sol,

proprio nel dì che Te so vignut a trovane par stà con noi:

Ti te so l’Emanuel “el Signor con noiatri”.

Grazie per tut el bene che te ne vuol e

par iessi nassut come tutti i putei del mondo, ma pì puaret e te na staa.

 

     Auguri!!!

don Natale

15 dicembre 2019

“SEI TU COLUI CHE DEVE VENIRE  O DOBBIAMO ASPETTARNE UN ALTRO?”

 Così chiedevano a Gesù gli inviati da Giovanni Battista che era in carcere. La risposta di Gesù è: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete…”

Cari Concordiesi, proviamo a chiederci se, in quest’ultima parte di Avvento, noi aspettiamo qualcuno e chi aspettiamo? Perché se non aspettiamo nessuno allora per chi facciamo tanti preparativi e alberi illuminati, e presepi di tante e ingegnose forme, e regali, e auguri, e pranzi, e addobbi più fantasiosi e sofisticati?

Ho presente due sposi che hanno atteso, dopo lungo trepidare, la nascita del loro primo figlio. Dopo la gioia immensa della notizia che la sposa era in attesa di un figlio; quante preoccupazioni, quanti momenti di paura e di ansia prima e dopo ogni controllo, quanti preparativi e attenzioni perché tutto fosse pronto. C’era da un pezzo, prima del parto, la borsa pronta per quando sarebbe stato necessario andare in fretta in ospedale per la nascita e ogni tanto rifacevano il controllo se c’era tutto l’occorrente. Poi finalmente, dopo lungo e faticoso travaglio, è arrivata la tanto attesa nascita con qualche difficoltà e allora ancora ansia, e ancora trepidazione e ancora notti e giorni svegli, ma mi dicevano- “ci basta guardarlo e ci passa tutto, la sua presenza è una cosa bellissima e ci riempie il cuore di gioia”.

Anche noi dovremmo poter fermarci a contemplare il Bambino Gesù e la sua presenza ci darà la gioia che viene dal cuore.

Cari Concordiesi, lo so che la vita non è sempre bella e piana  come vorremmo, lo so che essere cristiani oggi è una bella sfida, lo so che la vita oggi conosce tempi e ritmi massacranti e che anche ritagliarci un briciolo di tempo diventa difficile e a volte ci pare addirittura impossibile, lo so che la società non si aiuta a vivere con onestà e rispetto e anche i rapporti con le persone a volte sono faticosi e ci creano rabbia  e tristezza, lo so… e potrei continuare.

Ma se guardi Lui, se guardi Gesù Bambino nel suo presepe, se sai regalarti un momento di silenzio, se provi uno spazio per metterti davanti a Dio per confrontare con sincerità la tua vita alla luce del vangelo e ti lasci riconciliare con il Signore con il perdono nel sacramento della confessione allora sì che sarà vero il tuo Natale.

 

Carissimi cuncuardiesi,

mancia puoc pa e fieste de Nadal,

no sten butà via timp in stupides,

in robe che no e conta nient,

sten attenti perché riscien de fa fiesta ma senza de Lui,

se ne mancia il Signor che l’è vignut a trovane par sta con noialtri

e  per portane el so amor, cosa festeggenio?

Ven da imparà dal Lui a volerse ben e a aiutarse tra de noi,

per iessi in pase con tutti, e prima de tutti con il Signor.

L’è sol che Lui che doven spettà e no doven spetà nissun altro.

Sbrighemose! No le pi timp da piardi.

 

don Natale

8 dicembre 2019 –

IL PRESEPE: MERAVIGLIOSO SEGNO DELL’AMORE DI GESÙ PER TUTTI 

Per la riflessione di questa 2° domenica di Avvento mi collego alla tradizione, che dice che alla festa dell’Immacolata si inaugura il presepe. Per il commento mi servo della lettera Admirabile signum che Papa Francesco ha firmato domenica scorsa a Greccio, luogo scelto da San Francesco per il primo presepe il 25 dicembre 1223.  Il papa ci ricorda che il presepe, così caro al popolo cristiano, è come un Vangelo vivo che annuncia il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Così comporre il presepe nelle nostre case ci aiuta a rivivere la storia che si è vissuta Betlemme. Fin dall’origine francescana il presepe è un invito a “sentire”, a “toccare” la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per sé nella sua Incarnazione. E così, implicitamente, è un appello a seguirlo sulla via dell’umiltà, della povertà, della spoliazione, che dalla mangiatoia di Betlemme conduce alla Croce. Il Papa passa poi in rassegna i vari segni del presepe per coglier il senso che portano in sé.

In primo luogo, rappresentiamo il contesto del cielo stellato nel buio e nel silenzio della notte. Non è solo per fedeltà ai racconti evangelici che lo facciamo così, ma anche per il significato che possiede. Pensiamo a quante volte la notte circonda la nostra vita. Ebbene, anche in quei momenti, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò? Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo. La sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza.

Quanta emozione dovrebbe accompagnarci mentre collochiamo nel presepe le montagne, i ruscelli, le pecore e i pastori! Gli angeli e la stella cometa sono il segno che noi pure siamo chiamati a metterci in cammino per raggiungere la grotta e adorare il Signore. «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere»: così dicono i pastori dopo l’annuncio fatto dagli angeli. È un insegnamento molto bello che ci proviene nella semplicità della descrizione. A differenza di tanta gente intenta a fare mille altre cose, i pastori diventano i primi testimoni dell’essenziale, cioè della salvezza che viene donata. Sono i più umili e i più poveri che sanno accogliere l’avvenimento dell’Incarnazione.

Nei nostri presepi siamo soliti mettere tante statuine simboliche. I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità. Poco alla volta il presepe ci conduce alla grotta, dove troviamo le statuine di Maria e di Giuseppe. Maria è una mamma che contempla il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo. La sua statuetta fa pensare al grande mistero che ha coinvolto questa ragazza quando Dio ha bussato alla porta del suo cuore immacolato. Accanto a Maria, in atteggiamento di proteggere il Bambino e la sua mamma, c’è San Giuseppe. In genere è raffigurato con il bastone in mano, e a volte anche mentre regge una lampada. San Giuseppe svolge un ruolo molto importante nella vita di Gesù e di Maria. Lui è il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia. Il cuore del presepe comincia a palpitare quando, a Natale, vi deponiamo la statuina di Gesù Bambino. Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia. Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea e trasforma.

“Cari fratelli e sorelle, il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede. Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita. Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi.” (Papa Francesco)

E tu hai fatto il presepe?

don Natale

1 dicembre 2019 –     “COSS’EO CHE NON SE FA’ PAI FIOI”

Si concludono con questa domenica i primi tre incontri delle Giomeniche con Lorenzo Battistutta; riprenderanno con altri tre incontri mensili col nuovo anno, guidati dalla dott.ssa Fabrizia Iervese. Sono collocati in orari che abbiamo constatato essere i più opportuni. Sono collocati la domenica dopo la Messa delle 10,00, con la possibilità di una continuazione nella condivisione con il pranzo in Oratorio. La frequenza è stata buona; coloro che hanno partecipato hanno sottolineato la possibilità “dell’utilizzo immediato” delle indicazioni emerse, in rapporto sia a genitori ed educatori con i più giovani sia tra gli stessi adulti. Il sunto può essere così tradotto: “Più conosci e più impari ad amare e fai meno errori”. Sono molto utili le cosiddette “scienze umane” e, per quanto è possibile, è “obbligo” informarsi per conoscere e agire poi di conseguenza.
Per i genitori e educatori che hanno un riferimento nella fede cristiana c’è un qualcosa di più che va ad aggiungersi come ulteriore ricchezza. Domenica scorsa abbiamo consegnato i vangeli ai bambini della terza elementare con un gesto semplice e significativo. Il Vangelo è stato consegnato ai genitori, che poi l’hanno consegnato a loro volta ai loro figli, per esprimere il fatto che sono – i genitori – i primi responsabili della fede: essi hanno il compito di affidare al Vangelo la fede cristiana dei loro figli. E’ stato chiesto loro di scrivere anche una breve dedica per i loro figli sul dono del Vangelo, in modo da rendere esplicito il senso di questa consegna. A questo proposito un breve aneddoto: Chiamato un giorno dalla figlia a scegliere tra i libri di preghiera dell’anziana mamma morta da poco, ci è venuto tra mano un vecchio vangelo e subito la figlia l’ha preso e l’ha aperto alla prima pagina dove c’era questa dedica “Cara Giulia porta questo vangelo sempre con te, esso è la guida sicura e bella della tua vita – con affetto e amore mamma e papà”. La figlia ha stretto il vangelo al cuore promettendo di tenerlo sempre con sé. Sappiamo poi come sono importanti le buone abitudini, che diventano poi memoria positiva per tutta la vita. Così l’invitare a fare il segno di croce e un breve saluto a Gesù alla mattina e una preghiera di ringraziamento e di perdono prima di addormentarsi alla sera, come un segno di croce e un grazie prima dei pasti sono buone abitudini che fanno punto di riferimento per la vita cristiana; ricordiamo che, più che grandi spiegazioni, è la pratica ripetuta di azioni semplici che crea una mentalità e delle convinzioni. Per dei genitori poi che vogliono essere veri educatori è indispensabile l’esempio, un esempio non silenzioso, ma reso credibile dalla testimonianza delle proprie motivazioni. E’ bene che i genitori partecipino alla Messa e agli altri appuntamenti della parrocchia; diano poi anche regione del perché, di quale importanza rivesta questo sia per la loro vita sia umana che cristiana. Esempio più testimonianza delle motivazioni. Vorrei poi richiamare che la vita cristiana diventa credibile solo quando essa si traduce in autentico servizio della carità. Così come ci ricorda la storia dei primi cristiani, è dal “vedete come si amano” che essi erano riconosciuti nel mondo di allora. La generosità, l’attenzione a chi è nel bisogno, l’aiuto semplice e cortese, pensare non solo a se stessi, il rinunciare a qualcosa per farne dono a chi è nella necessità, il rapporto di buon vicinato: questo rende ragione della nostra fede ed è l’insegnamento che incide nella vita dei figli. Quando mi reco a visitare gli anziani o i malati nelle case più volte essi mi lasciano un’offerta e mi dicono “Lu el sa par chi che l’ha pi bisogno”, la fede si traduce in attenzione e aiuto per il prossimo. E per concludere i genitori sempre e comunque una cosa la devono ai figli: pregare per loro.
Ecco: “Coss’eo che non se fa’ pai fioi” va completato anche con queste attenzioni da parte dei genitori cristiani.

Buon Avvento! don Natale

24 novembre  2019-   PER UN AVVENTO DI “SANTA NOSTALGIA”

Con questa domenica – Solennità di Cristo Re – si conclude l’anno liturgico e ci prepariamo a iniziare l’Avvento.  Come la grande comunità cristiana si prepara a vivere la grazia di questo tempo propizio che è l’Avvento, così si preparano anche le parrocchie della nostra Unità Pastorale concordiese. Quest’anno vorrei aggiungere un modo particolare di vivere l’Avvento, dicendo che ci prepariamo a viverlo con “santa nostalgia”.

Prima di tutto per i bambini, in queste domeniche di Avvento essi saranno chiamati a vivere con una “santa nostalgia” la celebrazione della Santa Messa. Durante la prima parte della Messa – cioè l’annuncio della Parola di Dio – i bambini, aiutati dai loro catechisti, lasceranno l’assemblea e cercheranno di accogliere, a loro misura, la bellezza della Parola che la liturgia ci dona cercando di capire che in essa c’è il racconto della grande “nostalgia” che Gesù ha per noi e per questo è venuto in mezzo a noi per incontrarci e per salvarci. All’offertorio essi si uniranno di nuovo all’Assemblea per celebrare insieme la memoria della Pasqua della settimana.

Per gli adulti i 4 martedì di Avvento – a cominciare dal martedì 26 novembre dalle ore 20,30 alle 21,30 – ci sarà la possibilità di una sosta per rivivere in noi la “santa nostalgia” dell’incontro con il Signore. Dopo la presentazione di un passo del Vangelo guidato da don Federico, ci sarà uno spazio di silenzio e adorazione per un personale incontro con Gesù nell’Eucaristia e con la possibilità di accostarsi al sacramento del perdono.

Per gli anziani e i malati durante il periodo dell’Avvento noi sacerdoti faremo visita alle loro famiglie per un saluto e per chi lo desidera anche per la confessione e la comunione natalizia. Una persona diceva: “Ades che non puossi vignì in cesa, come che sinti sunà e campane, me se strins el cuor e me ven quasi voia de piandi”. E’ una “santa nostalgia” di sofferenza e a questo proposito vi invitiamo a comunicare in canonica eventuali richieste di persone che desiderano la nostra visita anche per andare incontro alla loro “santa nostalgia” nel tempo della sofferenza.

Per le famiglie l’invito è a riservare almeno un angolo della casa per costruire il presepe.  Il presepe è un segno bello, semplice e comprensibile del grande mistero dell’Incarnazione di Gesù. Gesù infatti è venuto tra noi a cercarci per donarci la bella notizia che Dio ci ama e desidera che tutti, proprio tutti, siano salvi.  Forse il segno del presepe potrà rinnovare almeno un po’ la “nostalgia” della nostra infanzia e chissà che per essa non arrivi anche la “santa nostalgia” di Dio.

Avrei anche da rivolgere un pensiero per i giovani.  Probabilmente essi non leggeranno questo foglio e comunque voglio assicurare loro che le nostre comunità hanno una sincera “nostalgia” di loro. Noi adulti ci rendiamo conto che, da tempo ormai, non siamo più capaci di incrociare i vostri percorsi. Che facciamo molta fatica ad ascoltarvi con verità per cui la nostra relazione e il nostro dialogo con voi, quando c’è, è fatto tra sordi. Non riusciamo a capire quali siano i valori, i progetti, le aspettative, e forse le “nostalgie” che abitano i vostri sogni. Proviamo ora anche a promettervi che cercheremo di guardarvi con occhi liberi da pregiudizi, che nutriremo la nostra attesa di pazienza vigilante per essere disponibili, quando verrà il tempo, a riprendere a camminare insieme. Vogliamo però non perdere né la speranza né la fede che abbiamo ricevuto dai nostri vecchi per essere pronti a rendere ragione anche a voi – ma non a parole con i fatti – che essere cristiani e seguire il Signore riempie e da significato e bellezza alla nostra vita. E nell’attesa possiamo pregare perché il Signore faccia nuove cose per noi e per voi quando a lui piacerà e come vorrà.

Buon Avvento a tutti, con tanta “santa nostalgia” nell’amore del Signore che viene tra noi.

 

don Natale

17 novembre  2019-  “LA SPERANZA DEI POVERI NON SARÀ MAI DELUSA”

Salmo 9, 19

E’ questo il messaggio della III Giornata mondiale dei Poveri, che papa Francesco ci offre prendendola dal versetto 19 del salmo 9. C’è un passo del vangelo dove Gesù ci ricorda che i poveri li avremmo sempre con noi.

Hélder Câmara vescovo brasiliano del quale è in corso la causa per la beatificazione usava dire: “La Chiesa mi ha ordinato Vescovo, i poveri mi hanno convertito al Vangelo”.

Colei che ha assunto come programma di vita servire i più poveri dei poveri e ha fondato su di esso il lavoro della sua congregazione è Madre Teresa di Calcutta ora dichiarata Santa. Raccontando da dove le era derivata questa attenzione – Madre Teresa – ci ha lasciato alcune bellissime testimonianze dell’educazione ricevuta in famiglia.

Ricordava: “La regola sulla quale si fonda l’accoglienza albanese è: “La casa è di Dio e dell’ospite”; mentre i simboli sono tre: pane, sale e cuore.” Ebbene, Madre Teresa farà di questa regola e di questi simboli la sua ragione di vita. Ogni dimora che aprirà sarà la casa di Dio e, di conseguenza, la casa dove ospiterà, sfamerà, disseterà, curerà i poveri, che definiva suoi “fratelli ospiti”. Il suo pane non sarà soltanto quello di farina, ma soprattutto quello di Gesù Eucaristia, sorgente della sua forza. Il suo sale sarà il gusto per la vita, attinto alla fonte della fede, immensa, dirompente, straripante. In ultimo, il cuore, cioè l’amore. Ancora oggi, fra il popolo albanese esiste questa usanza: quando si offre qualcosa a qualcuno si usa la mano destra per porgere, mentre la mano sinistra viene tenuta al petto per simboleggiare l’offerta fatta con tutto il cuore. Una tradizione che Madre Teresa assorbì fin nel profondo e porterà fuori dalla propria casa e dai confini albanesi, fino alle strade più abbandonate del mondo. Ricordava ancora: “Quando penso a mia mamma e a mio papà, mi viene sempre in mente, quando alla sera eravamo tutti insieme a pregare (…). Vi posso dare un solo consiglio: che al più presto torniate a pregare insieme, perché la famiglia che non prega insieme non può vivere insieme. E non abbiamo mai avuto così bisogno di pregare insieme come oggi. Penso che tutte le difficoltà del mondo abbiano origine dal fatto che non diamo tempo ai bambini, alla preghiera e alla vita insieme. Tutte le crisi del mondo vengono da questo: i genitori sono così presi dal lavoro, che non hanno tempo per i figli. I figli sono soli e non hanno dialogo con i genitori.” Ricordava anche: “Il mio papà spesso mi dava del denaro, o cibo o vestiti, e mi diceva: “Vai da quella famiglia. Non farti notare. Se trovi la porta o la finestra aperta, lascia il nostro aiuto e scappa”. Io ho fatto tante volte questo lavoro. Mio padre voleva aiutare, ma non farsi notare, facendo quello che dice il Vangelo: “Quando fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quel che fa la tua destra, affinché la tua elemosina rimanga in segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto, ti darà la ricompensa”. Ricordava con commozione: “Quando manifestai il desiderio di donare a Dio la mia vita facendomi missionaria, mia madre era contraria, non voleva perdermi, ma alla fine disse: “Va bene, figlia mia, va’, ma sta’ attenta di essere soltanto di Dio e di Cristo”. Un giorno mi avrebbe chiesto: “Figlia mia, sei vissuta soltanto per Dio?”. Tutti a casa abbiamo pregato insieme perchè mantenessi fede a questa promessa.

La felice intuizione del Papa nell’indire questa Giornata mondiale dei Poveri è un forte richiamo a vivere nella concretezza la nostra fede cristiana e nel manifestarla con gioia nella certezza che la speranza dei poveri non andrà mai delusa, dice il Signore.

don Natale

10 novembre  2019- 

BUON “SAN MARTINO”: CARA PARROCCHIA

Fin da piccolo della figura di S. Martino mi veniva raccontato questo significativo episodio. Si diceva che in un giorno di freddo intenso, Martino, che era al galoppo con il suo cavallo – al tempo era un giovane cavaliere – avendo incontrato un povero tutto infreddolito, non avesse esitato a estrarre la spada e a tagliare in due il suo grande mantello, donandone una metà al povero perché si coprisse dal freddo. La storia commentava questo bell’atto di carità con il fatto che anche il cielo da quel giorno l’11 di novembre fa splendere un bel sole a mitigare l’aria, in modo che nessuno abbia, in questo giorno, a soffrire il freddo in ricordo dall’atto di carità di S. Martino e quel giorno da allora si chiama “estate di S. Martino”.  Nella memoria dei più anziani c’era anche un altro modo di dire che non era affatto benevolo come il precedente esso era “fare S. Martino”. Voleva dire che per l’11 di novembre i contadini fittavoli, che erano stati privati dell’affitto da parte del padrone, erano obbligati a lasciare la casa e i campi entro quel giorno.  Capiamo perciò come per i contadini fosse un giorno molto triste, dovendo raccogliere le loro poche cose e andare alla ricerca di un altro padrone che li prendesse in affitto con le loro famiglie, dando loro la possibilità di coltivare a mezzadria dei campi. Il tutto era almeno un po’ mitigato dal fatto che lo sfratto avveniva nel tempo in cui si erano conclusi i raccolti, per cui i contadini potevano usufruire almeno di una specie di buona uscita potendo avere almeno una parte del raccolto che avevano provveduto a coltivare durante l’anno.  Meno noto è il fatto che S. Martino, benché anziano e malato, volle recarsi in un paese della sua diocesi – era infatti diventato vescovo di Tours – per cercare di mettere pace tra i parrocchiani e fu proprio  lì  che morì, compiendo questo atto di pacificazione e di amore verso i suoi fedeli.

Lunedì scorso il nostro Vescovo ha riunito i parroci e i vicepresidenti dei Consigli Pastorali. Ci ha avvisati che tutti dobbiamo prepararci, per dire così, a “fare S. Martino”, cioè a cambiare il nostro tipo di partecipazione alla vita della parrocchia. Prendeva spunto, il Vescovo, da alcuni numeri e da quello che tutti possiamo osservare, cioè della diminuzione della partecipazione alla vita parrocchiale e concludeva dicendo che la vita delle nostre parrocchie è molto cambiata soprattutto come frequenza, in modo particolare nel mondo giovanile. E’ urgente allora, ha detto il Vescovo, che in forza della grazia del Battesimo tutti ci poniamo in verifica per vedere quali cose vadano cambiate, quali modalità siano da valorizzare per potere ancora annunciare la bellezza del Vangelo in un modo che è velocemente cambiato; insomma come essere cristiani e parrocchie credibili, ancora capaci di trasmettere la fede oggi. Urge, lo ha ripetuto più volte, cominciare a fare delle scelte e prendere delle decisioni in fedeltà al Vangelo e fare anche noi come chiesa locale un “San Martino” – non si può continuare a fare come si è sempre fatto-. Ci viene chiesto di lasciare cioè la casa di un tempo con le abitudini, i tempi e i modi dell’annuncio passati, per trasferirci in una realtà di parrocchia, che ora si chiama Unità Pastorale, per un’azione pastorale integrata operando delle scelte che si colleghino, in un modo ordinato e condiviso, in una pastorale d’insieme. Si tratterà di portare come preziosa eredità i frutti buoni di esperienze, di vita di carità e di preghiera che abbiamo coltivato un tempo e trasferirli in modo nuovo e adatto per la gente di oggi. Sappiamo che questo passaggio comporterà anche qualche sacrificio e fatica, perché il cambiare lo è sempre, ma dobbiamo renderci conto che solo rinnovando il modo dell’annunzio, non la sostanza, del messaggio cristiano potremmo portare, anche in questi nostri tempi, la testimonianza che il Cristo risorto è risposta all’ uomo di ieri, di oggi e di sempre. Allora prepariamoci a fare anche per le nostre parrocchie un “San Martino” all’insegna della fedeltà alla perenne novità del Vangelo.

Buon “San Martino”, dunque, cara parrocchia!

don Natale

3 novembre  2019- 

“DALLA TERRA E DAL LAVORO: PANE PER LA VITA”

E’ questo il titolo del messaggio per la 69a Giornata del Ringraziamento.
Dunque il pane; uso dire che sono nato in un forno perché mia madre ha lavorato per tanti anni al forno e per noi il forno era come la seconda casa. Specialmente l’inverso il forno era il luogo dove andavamo il pomeriggio a fare i compiti al caldo a quei tempi infatti il forno era aperto di mattina prestissimo e rimaneva chiuso al pomeriggio. Per me il pane ha sempre rivestito (posso dire) un “affetto” particolare. La gioia di mangiarlo ancora fresco e profumato e il grande rispetto che da sempre mi era stato insegnato per cui “guaia a strassar el pan” era quasi peccato, soprattutto pensando a chi, per povertà, non poteva che permettersi al posto del pane solo “una feta de poenta sala”. Si aveva un tale rispetto e quasi una devozione che anche quando cadeva a terra non si buttava mai via, ma data una soffiata e una rapida pulita con la mano e poi si mangiava.
Per il cristiano poi il pane è dono della bontà di Dio e sua benedizione come recita la liturgia:” Benedetto sei tu Signore, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna”. E “guadagnarse el pan” è sinonimo di impegnarsi nel lavorare e quando si vuole riconoscere la bontà di una persona si dice: “All’è bon come el pan”.
Ho un ricordo particolare legato al pane. Un tempo c’erano dei poveri che venivano per le case a chiedere l’elemosina e c’era un uomo anziano che regolarmente ogni settimana veniva a casa nostra e sapeva che le davamo qualche panino, solo si raccomandava che fosse tenero perché non aveva denti per masticare il pane se era croccante e quando lo riceveva prima di metterlo nel sacchetto lo baciava e, nascondendosi con la mano la bocca sdentata, con un mezzo sorriso diceva grazie nel nome del Signore e della Madonna.
Nel messaggio della giornata del ringraziamento c’è un titoletto che recita: “Pane spezzato per la fraternità e la pace”. Commentando la frase del Padre nostro – dacci oggi il nostro pane quotidiano – papa Francesco ha affermato durante l’Udienza dello scorso 27 marzo: «Il pane che chiediamo al Signore nella preghiera è quello stesso che un giorno ci accuserà. Ci rimprovererà la poca abitudine a spezzarlo con chi ci è vicino, la poca abitudine a condividerlo. Era un pane regalato per l’umanità, e invece è stato mangiato solo da qualcuno: l’amore non può sopportare questo. Il nostro amore non può sopportarlo; e neppure l’amore di Dio può sopportare questo egoismo di non condividere il pane». Mangiare e spezzare il pane diventa dunque anche l’impegno a condividere con il prossimo il pane materiale e il pane della solidarietà.
San Paolo ci ricorda di essere molto attenti quando riceviamo il pane dell’Eucaristia perchè: “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, mangia e beve la propria condanna”.
Mentre Gesù ci assicura: “Io sono il pane vivente, quello disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”.
GRAZIE a tutti gli agricoltori e ai contadini che si adoperano per celebrare la Giornata del Ringraziamento nelle nostre comunità parrocchiali. Attraverso il dono dei frutti della terra diciamo GRAZIE a Dio e ci disponiamo ad essere disponibili a spezzare il pane della solidarietà e della condivisione con ogni fratello che è nel bisogno.

don Natale

27 ottobre 2019-  INVOCARE I SANTI E PREGARE PER I DEFUNTI 

Ricordo che quando frequentavo le scuole elementari uno dei temi che le maestre ci assegnavano in questo periodo era “Racconta la visita al cimitero”.  Era infatti ed è -spero – “d’obbligo” nelle festività dei Santi e dei defunti recarci in cimitero a portare un fiore, accendere un lume e a dire una preghiera sulle tombe dei nostri cari. Sono piccoli segni ma con essi si cerca di esprimere, così come siamo capaci, tre bei sentimenti.

  1. Il fiore dice un grazie per tutto quello che i nostri cari ci hanno donato e fatto mentre erano con noi. Un grazie che forse avremmo potuto e dovuto dire prima e soprattutto esprimere più spesso e invece talvolta abbiamo trascurato, a volte ce ne siamo dimenticati, altre ancora non ci siamo preoccupati di dire. Lo diciamo ora, con un po’ di vergogna per il ritardo, sia almeno un grazie sincero e bello simboleggiato dal fiore che portiamo.
  2. Il lume sta ad indicare la vittoria della luce sul buio della morte. Esso mostra che il Cristo Risorto, che è la luce venuta nel mondo, ha vinto con la luce della sua risurrezione la morte. Il lume acceso ricorda che la vita non finisce nel buio del nulla e del niente, ma che con la morte noi andiamo incontro alla Luce vera che illumina ogni uomo: è il volto splendente del Cristo che con la sua risurrezione ha vinto la morte e ha assicurato a tutti noi la vittoria sulla morte. Questo lume acceso è un segno che ci richiama alla fede nella risurrezione dei morti ed è un impegno affinchè teniamo accesa anche in noi la fede e la speranza della risurrezione.
  3. La preghiera con essa affidiamo alla misericordia del Signore i nostri cari defunti. Per loro chiediamo che, riconciliati nell’amore e nella grazia del Signore, possano vivere per sempre nella gioia e nella pace del Paradiso con la Beata Vergine Maria, i nostri Santi Martiri Concordiesi, tutti i Santi e con coloro che ci hanno preceduto, oltre la morte, nella pienezza dell’amore di Dio Padre.

Tra tutte le preghiere che si recitano per i defunti c’è la preghiera del Santo Rosario che un tempo veniva recitata in ogni casa la sera dei morti. Quella sera nessuno usciva anche perché le osterie erano chiuse e dal campanile a intervalli regolari suonavano le campane a martello. C’erano infatti degli uomini che durante la notte, saliti alla cella del campanile, dandosi il turno suonavano le campane per ricordare a tutti di pregare per i defunti.

A sottolineare il “dovere” di pregare per i defunti c’è questo ricordo di un anziano sacerdote egli racconta: «Qualche anno fa mi recai in ospedale a trovare un anziano contadino amico di famiglia, ormai morente. Con la confidenza che ci accomunava da tempo, gli chiesi se avesse paura della morte. Mi rispose di sì, che aveva un po’ di timore; ma poi fece un’affermazione che mi sorprese: Mi consola– mi disse – però l’idea del funerale. Se penso al funerale cristiano la morte non mi spaventa! Quando vado ai funerali, vedendo tanta gente che prega per il morto, penso: vuoi che il Padre eterno non ascolti tutte quelle persone, i loro canti e le loro preghiere! Quanta fede, quale speranza e che consapevolezza del valore della carità e solidarietà fraterna aveva quel semplice uomo».

E’ molto bello e veramente cristiano che ci siano sempre tante persone che partecipano ai funerali, è un modo evangelico per esprimere nella preghiera e nella partecipazione la speranza cristiana nella vita oltre la morte; è pure un modo concreto di esprimere vera solidarietà e fraternità in Cristo ai defunti e ai loro famigliari.

“L’eterno riposo dona loro Signore

e splenda ad essi la luce perpetua.

Riposino in pace. Amen”

don Natale

20 ottobre 2019-  “E CAMMINAVA CON LORO…”

Domenica scorsa è iniziato l’anno pastorale 2019-2020. La Cattedrale era stracolma: bambini e ragazzi occupavano il presbiterio, le Associazioni ben in vista con i loro labari erano schierate lungo la navata centrale e poi la gente che finalmente, dopo la lunga pausa estiva, si è ritrovata tanta insieme. E così va ad iniziare il catechismo durante la settimana, procedono le attività della Caritas, delle Missioni e delle Associazioni AGESCI e AC, ed è tutto un dare inizio ad iniziative di formazione e per l’educazione con le Giomeniche; insomma, come sempre Concordia dice la voglia di rimettersi in cammino insieme con Gesù il Risorto che cammina con noi. Buon cammino dunque alle Comunità dell’Unità Pastorale concordiese, buon cammino nel nome del Signore, della Vergine Maria, dei nostri santi Patroni e dei santi Martiri di Concordia.

Volevo, questa domenica, fermarmi con voi su un aspetto di questo cammino che ci sta particolarmente a cuore ed è l’essere adulti nei confronti delle giovani generazioni. Sottolineo tre aspetti.

  1. Adulti come educatori. Scriveva il papa emerito Benedetto XVI: “Educare non è mai stato facile e oggi sembra diventato sempre più difficile”. Proprio per questo abbiamo bisogno di essere insieme, anche di riflettere insieme, di raccontarci e aiutarci insieme. La proposta delle Giomeniche con la presenza di un “facilitatore” che ci aiuti a confrontarci, a porci domande e indicare percorsi è un aiuto importante. Il fatto di avere poi la possibilità di fermarci per una “pastasciutta” da consumare in Oratorio ci permette di continuare assieme la conversazione e la riflessione in maniera tranquilla e distensiva.
  2. Adulti come credenti. Come comunità cristiana abbiamo l’impegnativo e bel compito di trasmettere la fede. Sappiamo infatti che la fede non si insegna ma si mostra e si dimostra con la testimonianza della propria vita. In tutti gli incontri che abbiamo avuto questo mese con i genitori, per presentare i vari percorsi di catechismo, è stata ribadita la necessità del coinvolgimento diretto e attivo delle famiglie nella trasmissione della fede. Sono state anche indicate delle proposte che, pur non essendo le soluzioni definitive ed esaustive, però indicano e orientano il cammino verso cui andare per costruire una intensa collaborazione tra famiglia e parrocchia.
  3. Adulti in umanità. C’è, non dobbiamo nascondercelo, e si sta diffondendo sempre più, un’atmosfera, una mentalità e una forma di cultura che porta a dubitare del valore della persona umana e che finisce per rendere i rapporti tra le persone incentrati su interessi personali e individuali svuotandoli da una vera e affettuosa umanità. Una società e noi singoli diventiamo sempre più insensibili alla sofferenza, alla povertà, alle ingiustizie, alle tristezze del mondo a cominciare dalle persone che stanno vicine a noi. Urge un recupero di umanità, c’è da chiedersi a volte se siamo capaci ancora di voler bene, di volere il bene dell’altro così semplicemente, gratuitamente e gioiosamente. Sappiamo ancora commuoverci fino alle lacrime, sentire compassione per ogni ingiustizia, per ogni violenza sia fisica che morale, anzi quando è che non piangiamo per amore e per umanità? Adulti in umanità significa trasmettere e vivere la speranza, quella vera, quella che ha un volto e un nome ben chiaro: Cristo Gesù Crocifisso e Risorto che cammina con noi per liberarci da ogni disperazione, sopraffazione e cattiveria.

Buon cammino allora da adulti in questo nuovo anno pastorale!

don Natale

13 ottobre 2019-

“ANDATE ANCHE VOI A LAVORARE NELLA MIA VIGNA” (Mt 20,4)

L’invito lo troviamo nella parabola che Gesù ha raccontato per indicare che la sua chiamata è a tutte le ore e in tutti i tempi della nostra vita. Essere operai nella vigna del Signore significa aver accolto la sua proposta e aver risposto liberamente, gratuitamente e gioiosamente. Significa mettere a disposizione tempo, entusiasmo e capacità a servizio della comunità sia parrocchiale sia civile per il bene del prossimo. Le chiamate del Signore sono tante e per molteplici servizi, ci sono coloro che sono chiamati come operatori  liturgici (chierichetti, gruppi di preghiera e adorazione, cantori e lettori, ministri della comunione e della consolazione), ci sono gli operatori della catechesi e dell’evangelizzazione (catechisti dei vari gruppi, coloro  che  accompagnano ai sacramenti del battesimo, comunione, confessione, cresima e matrimonio, i gruppi animatori e delle Giomeniche e i gruppi sposi, gli animatori  dell’AC e i capigruppo dell’ AGESCI), gli operatori Caritas e Missioni (coloro che incontrano e assistono persone segnate dalla povertà e dalla necessità, coloro che collaborano per l’invio di materiali o li distribuiscono a chi ne ha bisogno e promuovono l’ospitalità del cuore e la generosità della condivisione), gli operatori  degli ambienti di incontro e formazione (gli operatori dell’Oratorio, della Casa Alpina, tutti coloro che lavorano nelle contrade per i varie appuntamenti durante l’anno e coloro che sono preziosissima “manodopera” per le tante iniziative della vita parrocchiale).

Altro versante e cuore pulsante della vita civile sono le numerose Associazioni, che sono vanto e orgoglio di Concordia tutta e di Teson, Sindacale, Paludetto e Cavanella.

Questa domenica 13 ottobre ci ritroviamo alla Messa delle ore 10,00 per iniziare tutti assieme il nuovo ANNO PASTORALE: un modo per dire che, nel rispetto della loro indipendenza e della loro autonomia, Parrocchia e Città si adoperano a perseguire il bene comune per tutti gli abitanti di Concordia.  Tre sussidi:

  1. Il nostro Vescovo Giuseppe ha scritto una lunga lettera per indicare l’orientamento del nuovo anno pastorale 2019-2020. Porta come titolo: “… e Camminava con loro” dove si richiama a Gesù Risorto che cammina insieme con noi per aiutarci a riconoscere, interpretare e scegliere. La lettera ci propone, con una articolata e motivata riflessione, tutta una serie di attenzioni, di proposte e di opportunità per incontri, confronti, ascolti in un proficuo cammino giovani e adulti nella comunità.
  2. Come memoria visiva viene consegnata ad ogni parrocchia e ad ogni oratorio un’icona che rappresenta Gesù risorto con i due discepoli di Emmaus e contiene l’invito a vivere l’incontro con il Cristo vivo nelle strade della vita soprattutto nei tre momenti.
  • mettersi in cammino avendo come compagno di viaggio Gesù
  • essere in ascolto in maniera “ardente” della sua Parola
  • partecipare alla sua Mensa riconoscendolo nel Pane spezzato e nel Vino versato per la nostra salvezza nell’Eucaristia.
  1. Verrà consegnato ai rappresentanti dei vari gruppi di operatori e delle varie associazioni una “barbatella”, cioè una pianta di vite con l’invito a piantarla e a coltivarla perché produca frutto così come è chiesto ad ogni gruppo e associazione.

Aveva il nonno, nel suo campo, alcune piante di uva “bacò” che ha il pregio di essere la prima a maturare e non ha bisogno di alcun trattamento. Il nonno, quando nella vite incominciavano a formarsi i grappoli e fino alla maturazione, subito dopo pranzo, prendeva la sua bicicletta e si recava ogni giorno al campo per vedere la sua vignetta. Gli ho chiesto: “Ma nonno perché vai ogni giorno sul campo tanto fino a che non è matura non c’è niente da fare”. Mi ha risposto: “Anche la vide, come i cristiani, la ga bisogno dell’ocio del paron per creser benon”. Anche noi abbiamo bisogno dell’occhio buono del Signore per portare molto frutto. Buon lavoro a tutti nella vigna del Signore!                                                                                                                                          don Natale

6 ottobre 2019-   “CONCORDIA, TERRA DI MARIA”

Questa definizione, che era solito dare il Vescovo Livio, è confermata dalle celebrazioni e ricorrenze mariane in tutto il territorio del comune di Concordia.
Ritengo che la devozione alla Madonna non solo sia una cosa bella, che fa onore a Concordia, ma anche un’attenzione cristiana arricchente per tutti noi concordiesi. Da quanto ci dicono le cronache del passato sembra confermato che le feste mariane, in genere, abbiano avuto l’avallo e la convalida dall’autorità della Chiesa solo dopo che la devozione semplice e forte del popolo le aveva “inventate”, attribuendo di volta in volta titoli diversi, a seconda delle necessità, alla Vergine Maria. Insomma, all’origine di ogni festa mariana c’è il cuore filiale di un popolo che vuole fare festa e onorare Colei che, per dono di Gesù dall’alto della Croce, è diventata nostra Madre celeste.
Maria Santissima è Madre di bontà e di tenerezza, aiuto sempre presente nei momenti belli come nei momenti bui della vita del popolo cristiano, che sempre si è affidato a Lei riconoscendola quale Madre dispensatrice di ogni grazia, cui consegnare le ansie, le sofferenze e le avventure della vita. Osservando il calendario ci si rende conto di come tutti i luoghi della nostra Unità Pastorale hanno un riferimento esplicito a Maria: Madonna della Misericordia al Paludetto, Madonna del Tempeston e Natività di Maria alla Tavella, Madonna del Carmelo a Cavanella, Madonna Maria bambina a Teson, Madonna della Pace al Loncon, Madonna del Santo Rosario prima a Concordia e poi a Sindacale e infine la Madonna della Salute che ogni dieci anni lascia l’altare in Cattedrale per essere portata in processione a benedire la nostra città.
Mi fermo un attimo a questo mese di ottobre sulla devozione della Madonna del S. Rosario. Ho sentito raccontare che un tempo nelle stalle ci si riuniva e il più anziano teneva su il Rosario, ed era un momento semplice ed efficace per mantenere unita la famiglia e affidare tutti e tutto all’intercessione materna di Maria.
Il mio ricordo per la recita del Rosario è diverso, non avendo i miei la stalla, ci riunivamo nella cucina, che era l’unica stanza in comune nella casa. Veniva accesa da noi bambini una candela, che poi veniva infilata in un bicchiere pieno fino a metà di sabion in modo che reggesse diritta la candela e s’incominciava la recita. Quando a reggere la recita veniva una mia zia, questa lo recitava in latino, ma venivano fuori tanti strambolotti e noi bambini ridevamo. Quando cresciuto sono andato in Seminario e ho studiato un po’ di latino mi divertivo a chiedere alla zia che ci recitasse in latino la preghiera del “Salve Regina” e poi dicevo alla zia che neanche la Madonna, con tutta la sua bontà, aveva capito niente di quella preghiera. La zia mi rispondeva: “Ricuardate che la Madonna la capis sempre tut perché la scolta non sol che-e parole ma il cuor di chi che prea”. Grande sapienza dei semplici! Oggi in tante famiglie di Concordia, specialmente dove ci sono anziani, ci sono degli orari serali che sono sacri e nei quali è proibito disturbare, perchè per televisione o per Radio Maria è trasmesso il S. Rosario e come mi diceva una nonna: “Vado meio, a andarghe drio aa Teevision perché se no da soa me perdo, invesi cusì insieme rivo benon fino in fondo al Rosario”.
Cari anziani, con l’aiuto della televisione, della radio o da soli continuate a recitare il S. Rosario per le famiglie, per i giovani e per la parrocchia. Per chi può cerchi di riunirsi nei vari luoghi delle parrocchie dove si recita insieme il Rosario e raccogliere nella preghiera alla Madonna anche l’intercessione per tutti gli abitanti della zona in modo particolare per coloro che vivono situazioni di sofferenza nel corpo e nello spirito.
E a tutti, almeno in questo mese di ottobre dedicato alla recita del Santo Rosario, pregare insieme in famiglia almeno una decina di Ave Maria: facciamo così rifiorire nelle nostre case la preghiera e manteniamo viva la tradizione di Concordia, terra di Maria perchè Lei, da buona Madre, continui a proteggerci e a guidarci, tenendoci per mano, verso suo Figlio Gesù.
Don Natale